
Caserta è, in parte, ancora immersa in una favola. La favola rassicurante di un’azione repressiva dello Stato che, da sola, avrebbe messo fine a una delle mafie più pericolose al mondo: il clan dei Casalesi. Una camorra a cui persino l’allora presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, dichiarò guerra con un ordine esecutivo (sì, proprio quelli che Trump firmava in serie). Quando lo Stato mise in ginocchio i vertici del clan e ne ridimensionò la forza militare, a Caserta si è pensato che fosse finita. Che i territori avrebbero ripreso gli spazi sottratti alla mafia.
Ma cosa resta oggi di quella bellissima favola che in molti si sono raccontati? Il comandante Sportelli lo dice chiaramente: se il clan è stato decapitato, non si può dire lo stesso della sua cassa. I soldi continuano a girare. Continuano a essere investiti in attività pulite e immessi, limpidamente, nell’economia legale. L’esempio di Castel Volturno, territorio in cui operiamo, è emblematico. Da sempre roccaforte militare ed economica del clan, è proprio qui che si sta consumando una delle azioni di riciclaggio del patrimonio e dei proventi della droga. La Procura, di concerto con la GDF, nell’estate scorsa ha messo i sigilli a due lidi direttamente riconducibili al clan dei Casalesi.
Lidi gestiti, incredibilmente, da soggetti già condannati per concorso esterno in associazione mafiosa. Luigi Russo: condannato in appello per concorso esterno e ritenuto vicino all’area bidognettiana (gruppo Setola), quella che in passato aveva l’egemonia del territorio. E poi Guido Zagaria (fratello dell’ergastolano Vincenzo): già condannato in via definitiva per estorsione aggravata dal metodo mafioso eppure ancora gestore occulto di un lido balneare, di cui in passato deteneva la concessione. Un’altra indagine della DDA ci rivela che diverse attività nel centro di Pinetamare sarebbero collegate a soggetti vicini al clan. Collaboratori di giustizia le hanno indicate come vere e proprie lavatrici.
Non solo: in passate inchieste di questo giornale abbiamo analizzato come soggetti riconducibili alle fila del clan abbiano preso parte alle scelte politiche della passata amministrazione comunale di Castel Volturno. E allora: come possono affiliati storici continuare a gestire attività e interessi nei luoghi che avrebbero dovuto vivere quella “favola”? Com’è possibile che pregiudicati con sentenza definitiva per concorso esterno al clan dei casalesi, che hanno inquinato questa terra, riescano ancora ad avere voce sugli appalti dei rifiuti (il caso di Nicola Ferraro)?
Forse la verità è semplice: se lo Stato ha chiuso la porta alla camorra, la politica locale l’ha fatta entrare dalla finestra. Quel ripristino della legalità non è riuscito a rinvigorire la moralità di una nuova generazione di amministratori locali. Caserta e la sua provincia sono tornate territori di infiltrazione massiva e diffusiva, attraverso il riciclaggio e i sistemi di corruzione delle pubbliche autorità. A dare l’allarme non è solo lo smisurato numero di amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose (es. Caserta), commissariate, e il numero di indagini su sindaci. È la stessa assuefazione alla corruzione che si è creata nel tessuto sociale casertano. Il consigliere regionale che ha trionfato alle regionali, Giovanni Zannini, è plurindagato per reati tra cui corruzione, concussione, falso e truffa ai danni dello Stato. È questo lo scenario da film dell’orrore che fotografa la più grande sconfitta politica della società casertana.
Dopo oltre 10 anni da quell’azione massiccia, il clan dei Casalesi vive una nuova effervescenza economica. E “a contrastarla” c’è una delle classi dirigenti più incapace e corrotta degli ultimi trent’anni. Non solo, a combattere una mafia imprenditrice, già ben delineata da Arlacchi, c’è una Giustizia lenta e controlli economici rallentati da una rivoluzione tecnologica che ha rafforzato il settore privato ma non è ancora entrata nei comandi, nelle caserme e nei commissariati.
Il divario nella capacità di innovazione tra il settore pubblico e quello privato può creare falle nel sistema di repressione che sono senza paragoni, soprattutto in virtù di una crescente indistinguibilità conclamata tra i proventi mafiosi e l’economia legale. La regina è di nuovo vergine. La repressione dello Stato ha creato un vuoto che è stato rioccupato da quelle stesse organizzazioni criminali e da una nuova classe politica incancrenita. La cassa del clan e i sistemi di corruzione sono tornati a muovere i grandi e i piccoli giochi di questa terra, spesso confortati da alleanze inedite.
Non è raro vedere subappaltate attività di spaccio di droga da parte del clan dei Casalesi a nuovi gruppi armati provenienti dal napoletano: è accaduto nel caso del Residence di Castel Volturno, dove a un clan partenopeo è stato rilasciato “il permesso a spacciare” dagli stessi casalesi. Davanti ai nostri occhi si sta consumando la Gomorra più silenziosa e letale. Non ci sono spari, sangue e pistole fumanti, ma c’è una democrazia colpita da crisi strutturali in ogni sua istituzione, dalla stampa alla Giustizia. C’è una nuova commistione tra clan e politica, che si rafforza ogni giorno: nel decadimento morale, nell’emigrazione dei giovani, nella manodopera a basso prezzo degli immigrati. Caserta è vergine, e sono tornati a spartirsela. Chi ha scelto di restare qui non può più permettersi di stare in silenzio.
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