
La storia di resistenza di Barbara Peluso: «Essere una donna trans significa essere costantemente oggetto di discussione. Questo accade perché non siamo rappresentate, siamo una minoranza nella minoranza. E quando non siamo invisibili, diventiamo una battuta comica o un mostro che fa paura, non solo ai bambini, ma anche agli adulti. Di fronte a tutto ciò, molte e molti di noi scelgono di nascondersi, anche attraverso l’omologazione».
Ci vuole coraggio per vivere secondo i principi dell’amore, perché per farlo bisogna ricordare che l’essere umano non è solo capace di odio. Se gli uomini fossero educati a desiderare l’amore, assisteremmo a una rivoluzione culturale fatta di gioia e riconoscenza. Una rivoluzione capace di affermare che nessun essere umano, né alcun gruppo, debba definirsi o essere definito sulla base di un altro essere umano o di un altro gruppo.
Ma oggi, la realtà è diversa. Lo sa bene Barbara Peluso, studentessa, segretaria e donna trans, che ha deciso di raccontare il suo vissuto fatto di sguardi pesanti e giudizi costanti.
L’eteronormatività diventa dunque l’unico modo per stare e, nello stesso modo, uscire dallo stigma. La società è fatta di sguardi, e questi sguardi pesano. Ma Barbara non si limita a parlare del presente, si sofferma anche sul suo passato.
«Il corpo di una persona trans deve essere sempre controllato. E quando la società non riesce a farlo, ci etichetta come un errore del sistema, qualcosa di strano e sbagliato. Puoi essere una professoressa, una dottoressa, una segretaria come me, ma verrai sempre vista come qualcosa di bizzarro. Puoi essere tante cose, ma non importa: sei sempre e solo una donna trans». In un continuo essere definite, le soggettività trans vengono sfumate per risultare figure vuote, ma appariscenti.
«L’ho vissuto in prima persona. Sono “l’amica trans”, non “l’amica bionda e alta”. Non sono la collega simpatica o antipatica, ma la collega trans. Sono “la trans”, a volte anche “il trans”. Per anni questo è stato un aggettivo pesante, ma oggi ho imparato a portare con orgoglio la mia identità. Tuttavia, non dovrei avere una vita migliore solo perché sono più “femminile” di un’altra ragazza trans. Le differenze con i ragazzi trans sono ancora più evidenti a causa del patriarcato: per un uomo trans, trovare lavoro è spesso più facile che per una donna trans».
La grande umiliazione che il mondo patriarcale ha imposto a persone come Barbara è il risultato di sistemi di pensiero radicati e fabbricati dal genere maschile. Come viene percepita una donna trans? Cosa significa essere donna trans a Napoli o in Italia? «Per molti, una donna trans ha i capelli lunghi, è siliconata, truccata pesantemente e, probabilmente, è una prostituta. Noi persone trans siamo abomini. Per molti politici, siamo l’esasperazione dell’omosessualità. Siamo viste come esasperazione e mostruosità, da punire con insulti».
Gli insulti seguono uno schema preciso, collaudato per collegare la persona derisa al soggetto femminile. La femminilizzazione dei corpi attraverso l’insulto appare come la prova di come l’ultimo stadio dell’inferiorità umana sia sempre e solo quello femminile.
Barbara decide di raccontarci il presente nel dettaglio e ci dice che essere una donna trans nell’Italia di Giorgia Meloni significa vivere costantemente nella paura. La mentalità neofascista non è più nascosta, e gli sguardi sembrano raddoppiati, come le battute. Il governo, invece di sanzionare, alimenta tutto ciò.
«Io non sono una cittadina di serie B, ma ormai una cittadina di serie D. Per Giorgia Meloni e i suoi amici io sono responsabile, e per questo posso anche soffrire perché per loro è giusto. Quando è diventata presidente, ho pensato: “Un’altra transfobica che vuole decidere sul mio corpo, sulla mia vita privata”, anche se io non ho il lusso di vivere il privato. La mia vita è politica sempre e comunque, rispetto a tutti gli altri. Non nascondo che ho pensato: “Menomale che sono passata in tribunale per la rettifica del mio documento prima”. Mi è capitato anche di sentirmi dire da un medico che il mio mal di gola fosse dovuto alla mia scelta di indossare una scollatura. E nonostante tutto, ho sempre avuto la fortuna di incontrare medici normali, ma io non posso sperare di essere fortunata per vivere bene. Quello che voglio è essere una persona, nonostante i documenti».
Barbara, qual è la parte della giornata più difficile?
«La sera è uno dei momenti peggiori della giornata. Quando aspetto il bus per tornare a casa, non so se sarò lasciata in pace o scambiata per una prostituta. Lavoravo a Gianturco, in un ufficio. Era inverno e di sera era già buio. Attraversavo la strada per andare alla metro. All’improvviso una macchina mi ha tagliato la strada e mi hanno chiesto: “Lo vuoi un passaggio?”. Avevo paura e ho risposto male. Lui, di rimando, ha detto: “Amo, dai, quanto ti prendi?”. Ho pensato: “Sono io il problema? Forse per i capelli legati, la giacca?”. Ma naturalmente non è colpa nostra. Non è mai colpa nostra. Essere trans con il governo Meloni significa non potersi permettere di essere deboli».
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