
Sin dagli albori della civiltà, l’essere umano ha dimostrato di essere una creatura profondamente violenta. Nel corso del tempo la violenza perpetrata dall’uomo ha cambiato fattezze – pur non dimenticando mai, come abbiamo avuto modo di osservare nell’ultimo periodo, “l’arte” della guerra – e, nella società sempre più digitalizzata di oggi, si è spostata sul terreno ignoto dell’Internet. L’immediatezza che caratterizza il mondo digitale ha fatto sì che anche l’odio diventasse più rapido, a portata di click, preparando il terreno per la crescita spropositata di razzismo, omofobia, transfobia e misoginia. Ne abbiamo discusso con il dott. Saverio Vertuccio, Consigliere della Corte di Appello di Napoli – Sezione Penale.
Nonostante il dibattito a riguardo sia ancora aperto, in particolar modo circa il tema della libertà d’espressione, i reati «esorbitano dallo spazio costituzionalmente protetto della libertà d’espressione e si collocano in un’area penalmente rilevante proprio per la loro capacità di ledere beni giuridici fondamentali come l’uguaglianza, l’integrità morale e la sicurezza delle minoranze».
L’Italia ha assunto una posizione severa, soprattutto nei casi di propaganda razzista, negazionismo e diffamazione aggravata da motivi discriminatori. «Nel panorama europeo si registra la sottoscrizione da parte della Commissione Europea di un Codice di condotta, non giuridicamente vincolante, per contrastare l’illecito incitamento all’odio online, definito come la condotta di istigazione pubblica alla violenza o all’odio nei confronti di un gruppo di persone o di un suo membro, definito sulla base di alcuni dei ‘prohibited grounds’». Parlando, si è fatto riferimento ad alcune pronunce giurisprudenziali, legate al caso del sito web Stormfront e alle 246 querele sporte dalla senatrice a vita Liliana Segre per i messaggi antisemiti ricevuti; in questo caso, l’odio non proviene da siti organizzati, bensì da social network di uso quotidiano. Un dato importante, che sottolinea il modo in cui la “violenza informatica” è non solo sempre più accessibile, ma aperta a fasce d’età sempre più basse.
L’Italia pone particolare attenzione alla tutela dei giovani, come testimoniato dalla legge n. 71/2017, “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”; a questa si affianca il ruolo della scuola. «L’approccio educativo caratterizza la legge che prevede che la gran parte degli interventi è destinata a trovare attuazione nelle scuole, le quali sono tenute a promuovere l’educazione a un uso consapevole della rete, nonché ai diritti e doveri collegati all’utilizzo delle tecnologie», tanto che l’istituzione è tenuta a indicare un referente «con il compito di coordinare le iniziative di prevenzione e contrasto al cyberbullismo, il quale potrà anche avvalersi della collaborazione delle Forze di Polizia».
Inoltre, è previsto un tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, «da istituire presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, cui è demandata anche la realizzazione di un sistema di raccolta di dati finalizzato al monitoraggio dell’evoluzione dei fenomeni e al controllo dei contenuti per la tutela dei minorenni».
Se almeno sulla carta è presente una tutela dei giovani contro quel fiume in piena che è il web, a mancare è una vera e propria educazione civica digitale. Le scuole dovrebbero intervenire a riguardo, ma la conoscenza dei pericoli di Internet rimane una questione superficiale; e a tale atteggiamento si affianca spesso l’indifferenza dei genitori, che preferiscono “abbandonare” un figlio davanti a un tablet incustodito.
Ma non sono solo i giovani a saper navigare in rete dimenticando che tutto quel che si scrive su un social non verrà mai realmente cancellato. Una nuova educazione digitale dev’essere universale, perché spesso si ignora una questione fondamentale: la responsabilità di quel che si dice. Ogni parola ha un peso e la frustrazione non può essere sfogata su un social solo perché “non ci saranno conseguenze”. Non è di certo l’anonimato a garantire la certezza di continuare a muoversi indisturbati su Internet; dovrebbe essere la coscienza del singolo a fermare le dita prima di digitare l’ennesimo tassello in una ragnatela di odio senza fine.
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