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La ricerca nonostante Trump: l'opinione dello scienziato italoamericano Antonio Giordano

Antonio Casaccio
Antonio CasaccioRedazione Informare
19 maggio 20257 min di lettura

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La ricerca nonostante Trump: l'opinione dello scienziato italoamericano Antonio Giordano

Nell’ultima settimana la Rai ha chiesto al professor Antonio Giordano, oncologo e Presidente della SHRO, di fare il punto sullo stato di salute della ricerca scientifica in campo internazionale.

Dai tagli dell’amministrazione di Donald Trump al NIH (National Institutes of Health) fino al nuovo finanziamento di 50milioni di euro, promosso dalla Ministra Anna Maria Bernini, per implementare il ritorno dei cervelli emigrati all’estero. La ricerca scientifica sta affrontando uno dei periodi più complessi e determinanti della sua storia, chiusa tra minacce pubbliche e un’innovazione che ne sta ampliando le potenzialità.

A che punto è la ricerca nel mondo? Trump potrà davvero annientare un asset strategico per l’economia americana ed internazionale? Lo abbiamo chiesto al Professor Giordano seguendo la rotta proposta dalla Rai.

Professore, cosa sta succedendo negli Stati Uniti, Paese in cui la ricerca scientifica è da sempre uno dei pilastri fondamentali?

Negli Stati Uniti, la ricerca scientifica è sempre stata uno dei motori principali del progresso economico, medico e tecnologico. Tuttavia, con l’attuale amministrazione, abbiamo assistito a una serie di tagli e ristrutturazioni che hanno inevitabilmente messo sotto pressione il sistema, in particolare le agenzie federali come i National Institutes of Health.

Detto ciò, è anche vero che questi interventi, per quanto discutibili da parte del mondo accademico, hanno avuto il merito di scuotere un certo establishment, forse troppo autoreferenziale e poco incline al cambiamento. In un certo senso, l’azione del governo ha costretto il sistema della ricerca a rimettersi in discussione, a cercare nuovi modelli di sostenibilità e a rafforzare le collaborazioni tra pubblico e privato.

Alla SHRO, ad esempio, ci stiamo muovendo con ancora maggiore determinazione nella raccolta fondi indipendente e nelle partnership internazionali, perché crediamo che la scienza debba sapersi adattare senza perdere la propria integrità. Le sfide sono molte, ma a volte anche le crisi aprono spazi per una trasformazione positiva.

Saranno tagli lineari? Quali settori rischiano di essere maggiormente colpiti e cosa vuol dire per una università o un centro di ricerca non poter fare affidamento su un budget sicuro?

“Quando parliamo di tagli al finanziamento della ricerca, è importante capire che non sempre si tratta di tagli lineari, uguali per tutti. Alcuni settori, soprattutto quelli considerati meno strategici o meno immediatamente applicabili in termini economici, rischiano di essere colpiti più duramente. Penso, ad esempio, alla ricerca di base, che è fondamentale ma spesso invisibile al grande pubblico perché i suoi risultati si vedono solo nel lungo termine.

La medicina traslazionale, le scienze ambientali e anche certi ambiti delle scienze sociali e comportamentali potrebbero subire un rallentamento. Al contrario, aree come la difesa biotecnologica o la digital health, considerate più vicine all’interesse industriale o alla sicurezza nazionale, potrebbero reggere meglio.

Per un’università o un centro di ricerca, non poter contare su un budget stabile significa dover rivedere le proprie priorità, rinunciare a programmi a lungo termine e, cosa ancora più grave, perdere giovani talenti. Chi oggi vuole intraprendere una carriera scientifica ha bisogno di certezze, o almeno di un orizzonte credibile. La precarietà non è solo economica, è anche culturale e professionale.

Per questo serve una visione strategica: investire in scienza non vuol dire solo finanziare progetti, ma costruire un futuro. Ed è responsabilità condivisa, tra governo, istituzioni e cittadini, garantire che la ricerca resti un valore su cui fondare la crescita del Paese.

Io, però, sono fiducioso sul futuro. Pensare che l’amministrazione Trump smantelli completamente la ricerca scientifica su cui si regga parte dell’economia americana è irrealistico”.

Secondo lei, esiste il rischio che la scienza e la ricerca diventino terreno di scontro politico o ideologico?

“Purtroppo sì, il rischio che la scienza diventi terreno di scontro politico o ideologico esiste. La ricerca dovrebbe essere guidata dai dati, dall’evidenza e dall’interesse collettivo. Tuttavia, lo abbiamo visto chiaramente in questi anni, dalla pandemia alle controversie climatiche, fino alle recenti discussioni sull’intelligenza artificiale: la scienza può diventare bersaglio di polarizzazione. E quando accade, si indebolisce la fiducia del pubblico e si mina la libertà della conoscenza.

Un esempio concreto è la recente ricerca del professor Enrico Bucci, sostenuta anche dalla nostra organizzazione, che ha documentato la diffusione di immagini false, generate dall’AI, all’interno di pubblicazioni scientifiche. Non si tratta più solo di errori o frodi isolate: parliamo di un sistema che rischia di alterare la percezione della verità scientifica. Ed è proprio in questi scenari che si comprende quanto sia pericoloso quando la politica, invece di sostenere la trasparenza e il rigore, alimenta la confusione o delegittima gli esperti.

Il nostro compito, oggi, è duplice: da un lato, difendere l’indipendenza della scienza da ogni strumentalizzazione, dall’altro, vigilare affinché nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale siano utilizzate con responsabilità, al servizio della ricerca, non contro di essa”.

La ricerca scientifica è anche un pilastro economico della società americana. Qual è il suo impatto sull’economia del Paese?

“Negli Stati Uniti, la ricerca scientifica non è solo un motore di progresso medico e tecnologico, è anche un pilastro economico fondamentale. Ogni dollaro investito in ricerca genera un ritorno significativo in termini di innovazione, occupazione e competitività globale. Pensiamo al settore farmaceutico, alle biotecnologie, all’intelligenza artificiale applicata alla medicina: sono tutti ambiti che nascono nei laboratori e poi si trasformano in aziende, brevetti, start-up, posti di lavoro qualificati.

Il sistema americano ha storicamente puntato su un modello virtuoso: finanziare la ricerca pubblica per alimentare l’impresa privata. Le grandi scoperte dei centri accademici diventano nuove terapie, dispositivi medici, software, e in molti casi interi settori industriali.

Quando si tagliano i fondi alla ricerca, si rallenta questo meccanismo. Non è solo un danno alla scienza, è un freno all’economia. Per questo è essenziale che la scienza resti una priorità strategica nazionale, non un capitolo da tagliare nei momenti di crisi. Ma credo che Trump, da imprenditore capace qual è stato e qual è, non lascerà scoperta una voce così importante per l’economia statunitense”.

Cosa ne pensa Professor Giordano? Lei, ormai, è italo-americano: lavora negli USA, ma ha ancora un legame professionale molto importante con l’Italia…

“Guardi, io ho avuto la fortuna di costruire una carriera tra Stati Uniti e Italia, e posso dire che il legame con il mio Paese non si è mai interrotto. Anzi, si è rafforzato con il tempo, grazie a progetti e collaborazioni che continuano ancora oggi. Per questo accolgo con entusiasmo e grande favore l’iniziativa della Ministra Anna Maria Bernini: il piano da 50 milioni di euro per favorire il rientro dei ricercatori italiani è un segnale concreto, non retorico, di inversione di rotta.

Non si tratta solo di riportare a casa i ‘cervelli in fuga’: questo bando punta anche al rafforzamento delle infrastrutture strategiche per la ricerca, quegli ambienti e strumenti avanzati che permettono ai ricercatori di esprimere al meglio il proprio potenziale. Senza laboratori competitivi, senza tecnologie all’avanguardia, non basta il talento.

Questa manovra ha quindi una doppia valenza: da un lato valorizza il capitale umano, dall’altro costruisce le basi materiali perché la scienza italiana possa competere su scala globale. Il mio sogno, e anche il senso del mio impegno, è proprio quello di costruire ponti tra Italia e Stati Uniti, creando sinergie tra chi è partito e chi è rimasto. Se oggi un giovane può scegliere di restare o rientrare, è perché finalmente si intravede una prospettiva reale. E la ricerca ha bisogno anche di questo: fiducia, concretezza e visione”.

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