
La riforma dei programmi scolastici di Valditara è arrivata come un treno in ritardo, ma con la pretesa di dettare l’orario a tutte le scuole italiane. Spacciata per innovazione, è in realtà la parodia nostalgica del peggiore passato: una riforma che sembra una poesia uscita da un vecchio sussidiario del Ventennio, più che da un ministero dell’Istruzione. Altro che “merito”, qui si premia solo l’obbedienza al modello autoritario e alla pedagogia dell’ubbidienza.
A guidare l’operazione a questa riforma è Loredana Perla, docente chiamata a presiedere una commissione chiusa al pluralismo, impermeabile alla società reale, e incapace, o volutamente disinteressata, a comprendere il mondo in cui la scuola vive oggi. La bozza che ne è uscita? Un concentrato di nostalgie reazionarie, di gerarchie culturali imposte dall’alto, di una visione monocorde e monocolore del sapere. La giustificazione? L’urgenza di combattere la teoria woke, un pericolo che però non esiste.
Nella giornata di ieri, 18 aprile, di chiusura della cosiddetta consultazione pubblica, una ventina di associazioni, sindacati, realtà del mondo accademico e della società civile si sono ritrovate a denunciare, con forza, l’inaccettabilità dell’intero impianto. Il messaggio è stato indirizzato direttamente al Presidente della Repubblica e agli editori scolastici. Perché, se la politica ministeriale vuole riportare i programmi al 1952, qualcuno deve pur ricordare che siamo nel 2025.
Monica Fontana di FLC CGIL e Proteo Fare Sapere ha usato parole più che chiare: “Rifiutiamo nel merito queste indicazioni, ne rifiutiamo l’impianto e rifiutiamo anche il metodo”. Difficile darle torto, quando tutto il processo sembra aver deliberatamente escluso qualsiasi voce critica, qualsiasi idea di pluralismo e ogni tentativo di confrontarsi con il Paese reale.
In questo scenario grigio, c’è chi prova a costruire un’alternativa. Elisabetta Piccolotti, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra e membro della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione, ha detto chiaramente che “l’atteggiamento del Ministero è autoritario e verticistico. La consultazione? Una farsa colossale”.
E non si è limitata alla denuncia. Piccolotti ha parlato della necessità di “costruire un fronte di opposizione” che non si fermi alla reazione, ma provi a elaborare una visione altra di scuola: democratica, inclusiva, capace di leggere la contemporaneità. È esattamente ciò che manca alla riforma dei programmi scolastici di Valditara: un rapporto con il presente. L’impressione è che si voglia insegnare il latino non per capirlo, ma per escludere. Parlare di identità nazionale non per costruirla, ma per disciplinare. Insegnare storia non per comprendere, ma per addomesticare.
Mentre la scuola si mobilita, mentre le voci contrarie si alzano con forza e dignità, mentre la società civile dimostra di saper leggere i pericoli di questa deriva ideologica, il ministro Valditara è misteriosamente silente. Come ha detto Irene Manzi del Partito Democratico: “Dov’è il ministro davanti a questo grande dibattito? Dove si nasconde mentre la scuola democratica si mobilita?”. Domande retoriche? Forse. Ma necessarie. Chi a questa riforma non difende solo un’impostazione didattica, ma un’idea di società.
In questa cornice regressiva, la parola “merito” non è che un feticcio: una maschera retorica per occultare la volontà di ridefinire l’istruzione come dispositivo selettivo, docile, competitivo. Un’istruzione che non emancipa, ma addestra. Che non libera, ma struttura gerarchie sociali con l’arroganza di chi ignora, o finge di ignorare, le diseguaglianze di partenza.
Se la scuola è lo specchio di una società, allora oggi ci troviamo di fronte a uno specchio rotto. Ma ogni crepa può diventare un varco: e spetta a noi, a chi crede nella libertà del pensiero, nell’uguaglianza delle opportunità, nella dignità dell’insegnamento, ricomporre quell’immagine. E restituire alla scuola il suo ruolo più alto: essere lo spazio in cui la cittadinanza si impara, e non si subisce
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