
Tra i campi che un tempo videro i cavalli dei Borbone e le antiche tradizioni contadine, la Reggia di Carditello torna a vivere. Lo fa riscoprendo la sua attitudine agricola, guidata oggi dalla scienza e dalla visione dell’Università Federico II di Napoli. Dopo essere stata per tanti anni un tempio dell’abbandono e di ferite irrisolte, ad oggi questa splendida reggia casertana riconquista a pieno titolo la sua vocazione più autentica: non più soltanto una dimora borbonica o custode della “Campania Felix”, ma soprattutto un laboratorio agricolo all’avanguardia sotto tanti fronti.
Tra le antiche scuderie della Real Razza di Persano e i segni della Reale Pagliara delle Bufale, prende vita un progetto che potrebbe riscrivere il futuro di Carditello, facendone un vero e proprio hub dell’agricoltura contemporanea. L’obiettivo è piuttosto ambizioso: trasformare un sito storico in un’azienda agricola del futuro, dove si intrecciano innovazione scientifica, sostenibilità e valorizzazione culturale. È proprio qui, tra i terreni che un tempo i Borbone dedicavano alla coltivazione del grano, che oggi tornano trattori, ricerca e sperimentazione: un ritorno alle radici ma che volge lo sguardo decisamente oltre.
Insomma, si gettano le basi per riscrivere finalmente un nuovo capitolo della storia della Reggia di Carditello, che sin dagli albori simboleggiava uno degli esempi più compiuti della visione agricola dei Borbone. Sita a San Tammaro – a pochi chilometri a nord da Capua – nasce come una vera e propria azienda modello: campi di grano, allevamenti di bufale, produzioni casearie e persino la selezione dei cavalli destinati alla Cavalleria Reale. Un volano economico di rilievo che, con i suoi oltre duemila ettari, figurava tra le strutture più produttive dell’intero Regno delle Due Sicilie. Non a caso, infatti, Mauro Mori – il responsabile scientifico del progetto – ha sottolineato come “era quella che dava la maggiore entrata del Regno”.
Figlia del genio architettonico di Francesco Collecini, allievo di Vanvitelli, la tenuta univa le funzioni di fattoria e residenza nobiliare. Come venivano chiamati i siti prediletti dalla corte, una vera “Reale Delizia“, che ospitava nel suo terreno battute di caccia, attività agricole e si poggiava su un sistema organizzativo all’avanguardia per l’epoca. Poi, dopo l’Unità d’Italia, il destino di Carditello attraversò unalunga fase di decadenza, culminando nel secondo dopoguerra e proseguendo fino a un quasi totale abbandono. Soltanto anni più tardi, nel 2017, in seguito ad anni di impegno civico, il complesso è tornato definitivamente sotto la gestione dello Stato e della Fondazione Real Sito di Carditello. Oggi, invece, si punta a realizzare ciò che decenni fa sembrava impossibile: restituire alla tenuta la sua anima agricola più autentica.
Ed è sulla scorta di tutto ciò che nasce il progetto, facendo dello slogan “Rimettere la terra al centro” il suo cavallo di battaglia. Del resto, stando a quanto dichiarato da Mori, “ragionando con il presidente della Fondazione, Maurizio Maddaloni, abbiamo capito che il modo migliore per far rivivere Carditello era farla tornare ciò che è sempre stata: una fattoria”. A tal proposito, è stato siglato dalla Fondazione e dal Dipartimento di Agraria della Federico II un protocollo d’intesa in grado di restituire alla reggia una funzione produttiva, in un’ottica futura. Ancora, emblematiche sono state le parole del presidente Maddaloni, che ha descritto l’iniziativa come “un’importante collaborazione istituzionale che conferma e rafforza la vocazione della Reale Delizia. L’obiettivo è coniugare sostenibilità ambientale e valorizzazione turistica e culturale, rilanciando l’identità della Campania Felix e rafforzando il rapporto tra la comunità e il territorio”.
Ed è proprio questo quello che si è prefissato di raggiungere il protocollo, siglato con il Dipartimento di Agraria della Federico II e il CREA-CI. Infatti, una parte dei terreni dell’ex tenuta reale verrà riconvertita in un vero e proprio laboratorio agricolo. Dunque, la sfida è duplice: da un lato migliorare la fertilità del suolo, e dall’altro ridurre l’impatto ambientale delle coltivazioni cerealicole e orticole, ponendo le basi per un dialogo tra metodi tradizionali e approcci innovativi basati su materiali organici locali, volti a trasformare scarti in risorse preziose.
“Utilizziamo digestato, derivato dai biodigestori che trattano i reflui degli allevamenti bufalini, e vermicompost, prodotto dai lombrichi che trasformano gli scarti zootecnici in fertilizzante stabile e ricco di nutrienti. Recuperiamo queste biomasse, spesso considerate un problema, per restituirle all’agricoltura. Nutrire il suolo con concimi organici anziché chimici è la missione del progetto”, ha commentato Mauro Mori. I risultati? Un radicale aumento della sostanza organica, una significativa diminuzione dei concimi sintetici, un netto miglioramento della qualità delle acque, nuovi sequestri di carbonio e, nel complesso, una fertilità del terreno più stabile e duratura.
Ma cosa prevede nel dettaglio il progetto? In primo luogo, una rotazione su due appezzamenti paralleli: frumento-coltura intercalare-pomodoro. Si tratta di una pratica piuttosto diffusa nei campi agricoli del Casertano, che mira a confrontare l’effetto di tre concimazioni: solo biomassa, solo chimico e un mix 50/50. Oggi i campi vedono la semina del frumento, mentre per il pomodoro ci sarà ancora da aspettare fino al mese di marzo. Un progetto pluriennale che osserva il terreno respirare e rispondere, stagione dopo stagione. A tal proposito, Mori evita la definizione di “agricoltura rigenerativa”, preferendo parlare di agricoltura di conservazione: un approccio delicato e insieme potente, che valorizza ciò che il suolo già possiede, senza stravolgere le abitudini degli agricoltori.
Oggi la Reggia di Carditello non è più solo memoria: è laboratorio, campo di innovazione e promessa per il futuro. Fra trattori che solcano i terreni un tempo dei Borbone, sperimentazioni scientifiche e fertilità che si rigenera, prende forma un modello di agricoltura che unisce storia e futuro, tradizione e sostenibilità. Carditello dimostra che i luoghi possono rinascere quando la terra torna a essere il cuore pulsante di ogni progetto, e che la vera ricchezza non sta solo nelle mura storiche, ma nella vita che si riesce a far germogliare attorno a esse. Qui, tra scuderie, campi e antiche strade di reggia, l’agricoltura diventa non solo lavoro, ma visionaria arte del possibile.
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