
Rai 1, Santo Stefano. Un classico, un rito, un appuntamento fisso per gli italiani: Natale in Casa Cupiello. Ma quest’anno qualcosa è diverso: c’è un’ombra, un’inquietudine che aleggia sulla scena. Non è Eduardo, non più. C’è Vincenzo Salemme al suo posto, e la differenza si sente, come una stonatura in una melodia familiare.
Salemme è l’ironia, la risata facile, la battuta che scappa sempre, anche quando il silenzio sarebbe più opportuno. Eduardo era il maestro del sottointeso, dei gesti misurati, delle pause che dicevano più di mille parole. Salemme ha voluto portare Natale in Casa Cupiello ai giorni nostri, renderla più accessibile, più leggera. Ma c’è chi grida al sacrilegio, chi dice che ha snaturato l’opera, che ha trasformato il dramma in una farsa.
Le scene madri, quelle che con Eduardo ti scavavano l’anima e ti facevano commuovere fino alle lacrime, con Salemme diventano quasi caricature, divertenti, sì, ma prive di quella profondità, di quella malinconia che era il marchio di fabbrica del grande maestro. Il finale, poi, quel finale che ti lasciava senza fiato, con un groppo in gola, Salemme lo alleggerisce, privandolo della sua intensità drammatica. E il pubblico si sente smarrito, come defraudato di un’emozione attesa.
Ma non tutti la pensano così. C’è chi dice che Salemme ha fatto bene, che ha reso Natale in Casa Cupiello più vicina a noi, gente moderna, che non abbiamo più tempo per le cose lente, per i drammi che ti logorano dentro. Salemme, dicono, parla la lingua di oggi, e così anche i giovani possono avvicinarsi ad Eduardo, possono scoprire la bellezza di un teatro che rischiava di essere dimenticato. C’è chi lo definisce l’unico erede possibile, chi gli riconosce il merito di aver dato nuova vita all’opera.
Ma la domanda rimane: fino a che punto si può reinventare un classico? È lecito stravolgere un capolavoro per renderlo più moderno? Il pubblico si divide, si interroga. Da una parte la fedeltà all’originale, la paura di contaminare la purezza di un testo sacro. Dall’altra la necessità di rinnovare, di sperimentare, di trovare nuove chiavi di lettura per parlare anche alle nuove generazioni.
Di una cosa non si può dubitare: Salemme ha avuto coraggio. Portare in scena Natale in Casa Cupiello in diretta televisiva, confrontarsi con il fantasma di Eduardo, è un’impresa ardua, rischiosa. E il pubblico, pur diviso, ha risposto presente. Natale in Casa Cupiello, comunque la si racconti, continua ad affascinare, a provocare, a far discutere. E forse questo è il suo più grande merito: è un’opera viva, che ha ancora qualcosa da dire, ha ancora la forza di far parlare di sé.
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