
Il World Meteorological Organization (WMO) è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che comprende attualmente 193 membri. La creazione dell’agenzia fu promulgata, attraverso una specifica convenzione, il 23 marzo 1950. Il lavoro scientifico è portato avanti attraverso una rete di servizi meteorologici e idrologici nazionali e istituti di ricerca, fornendo dati e previsioni meteorologiche di alta qualità. Le valutazioni e le proiezioni climatiche sono alla base delle politiche per lo sviluppo socioeconomico sostenibile e le relative allerte meteorologiche, idriche, climatiche e ambientali per proteggere al meglio le popolazioni. Così ha dichiarato la prof. Celeste Saulo, segretario generale del WMO: “Dai dati disponibili emerge chiaramente la necessità di un’azione globale contro la minaccia del cambiamento climatico. Grazie alla perseveranza e alla dedizione, i membri del WMO hanno creato, mantenuto ed esteso la rete di osservazione del sistema Terra e condiviso i dati raccolti, hanno continuamente migliorato e perfezionato le previsioni e i servizi, hanno migliorato la capacità attraverso la condivisione delle conoscenze e hanno investito in ulteriore ricerca e sviluppo. I cambiamenti climatici hanno un impatto sulle nostre vite, gli allarmi precoci sono una priorità per salvare vite umane e mitigare il rischio di catastrofi e sono necessarie più scienza e ricerca per migliorare ulteriormente la qualità delle previsioni e guidare le politiche e il processo decisionale”.
Il recente rapporto “State of Global Water Resources” rivela che abbiamo raggiunto gli anni più secchi degli ultimi 30 per i fiumi di tutto il mondo, aggravando la carenza d’acqua per le comunità, l’agricoltura e gli ecosistemi. I ghiacciai hanno subito la loro più grande perdita di massa negli ultimi 50 anni. I cambiamenti climatici hanno reso il ciclo idrologico globale più irregolare, contribuendo a prolungare siccità e inondazioni. Attualmente oltre 3,6 miliardi di persone affrontano carenze idriche con una previsione di aumento a 5 miliardi entro il 2050. Oltre il 50% dei bacini idrografici globali ha mostrato modifiche significative della portata fluviale e non c’è parte del mondo in cui la situazione non è peggiorata: i bacini del Mississippi e dell’Amazzonia, la costa orientale dell’Africa, il Gange, il Brahmaputra e il Mekong in Asia. La perdita di massa estiva osservata negli ultimi anni indica che i ghiacciai in Europa, Scandinavia, Caucaso, Canada nord-occidentale, Asia meridionale occidentale e Nuova Zelanda hanno superato il “peak water”, cioè la soglia di massimo deflusso dovuto allo scioglimento. Le Ande meridionali, l’Artico russo e le Svalbard presentano tassi di scioglimento in ulteriore aumento. Lo stoccaggio dell’acqua terrestre è ai minimi.
Il rapporto è costituito da circa 80 pagine e gli approfondimenti riguardano l’analisi dei dati inerente al deflusso fluviale, ai laghi, alle acque sotterranee, all’evapotraspirazione, al manto nevoso e ai ghiacciai. L’approfondimento degli eventi idrogeologici estremi inerenti all’Italia ha riguardato nello specifico il periodo del maggio 2023 con la devastazione dell’Emilia Romagna e i cui effetti sono ancora oggi evidenti. Il rapporto si conclude chiedendo a tutti gli stati membri, un’azione urgente per il monitoraggio, la condivisione dei dati e i sistemi di allerta preventiva.
Tutti i dati riportati sono sfortunatamente confermati anche attraverso la consultazione del NASA Climate Change che raccoglie i “segni vitali” del pianeta: l’anidride carbonica cresce a ritmi esponenziali, la temperatura globale è aumentata del 20% negli ultimi 5 anni e il metano in atmosfera di oltre il 10%. La vera questione è che non è possibile sapere al momento, quale sia il punto di non ritorno.
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