
Ah, le sagre. Quelle belle feste di paese che dovrebbero celebrare il territorio, le tradizioni, la genuinità. Almeno, così ci raccontano. Ma diciamoci la verità: oggi le sagre sono diventate altro. Un business da strapazzo, una sfilata di bancarelle e caos che, invece di esaltare l’identità dei borghi, la stanno distruggendo. Prendiamo Cusano Mutri, per esempio. Un tempo piccolo gioiello nel cuore del Matese, oggi trasformato in un grande luna park per la Sagra dei Funghi. Sì, proprio quei funghi che, in teoria, dovrebbero essere i protagonisti della festa. Ma guardando da vicino la realtà, sembra che l’unica cosa rimasta autentica sia la pietra delle case.
Ogni anno Cusano Mutri, come tanti altri borghi campani – Montesarchio, Sant’Agata de’ Goti, Morcone – viene preso d’assalto da una massa informe di turisti che si riversa nei vicoli come un’onda di piena. E tutto questo per cosa? Per mangiare funghi industriali e bere vino di qualità discutibile in bicchieri di plastica. Perché no, non aspettatevi di trovare veri funghi raccolti con amore dai contadini del Matese. Non più. Troverete quelli coltivati in chissà quale serra e serviti come se fossero prelibatezze uniche. Il paradosso è che, mentre i turisti credono di vivere un’esperienza autentica, l’autenticità del luogo muore un pezzo alla volta.
Il concetto di sagra è andato a farsi friggere – letteralmente. Una volta, questi eventi erano occasioni intime, riservate alla comunità e ai pochi avventori che conoscevano la zona. Ora, invece, le sagre sono diventate spettacoli di massa, spazi in cui la qualità cede il passo alla quantità, e dove la tradizione è solo una scusa per mettere in moto il circo. Per ogni fungo porcino, ci sono quintali di prodotti “da sagra”, che di autentico hanno solo l’etichetta appiccicata sopra. In pratica, una grande fiera del cibo da Instagram, dove ciò che conta è scattare la foto giusta, non gustarsi davvero il luogo o il piatto.
Le strade di Cusano Mutri, normalmente tranquille, vengono invase da frotte di gente, automobili parcheggiate ovunque e stand che vendono ogni tipo di cibo immaginabile – tranne quello locale. La Sagra dei Funghi, che dovrebbe esaltare i prodotti del territorio, diventa una caricatura di se stessa. E il peggio è che, di tutto questo, gli abitanti del borgo sono gli spettatori silenziosi. Le loro tradizioni, il loro orgoglio per i frutti della loro terra, vengono ridotti a spettacolo per chi arriva, mangia, e poi se ne va, lasciando dietro di sé solo traffico e rifiuti.
Il folklore che un tempo era il cuore pulsante di questi eventi oggi è diventato una merce. Un accessorio da mettere in mostra, come le vecchie fotografie in bianco e nero appese nei ristoranti turistici. A Cusano Mutri, come in tanti altri borghi, gli antichi mestieri e le tradizioni contadine diventano parte di una scenografia costruita per i visitatori. Non c’è niente di autentico in questo: sono momenti preconfezionati, pensati per piacere a un pubblico che non conosce e non vuole conoscere il vero volto del territorio. E poi, diciamocelo, chi è che va a una sagra per capire qualcosa della storia del luogo? La gente ci va per mangiare, bere, fare due risate e, al massimo, comprare un souvenir kitsch da riportare a casa. E il borgo? Rimane lì, svuotato della sua identità, mentre si presta a un gioco che non gli appartiene. Le strade, un tempo animate da storie di famiglia e artigiani, diventano corridoi per la folla, e i paesani, quelli veri, si ritrovano relegati ai margini.
Il vero problema è che, in tutto questo, si perde il senso delle cose. Va bene attirare turismo, va bene creare eventi che possano far girare l’economia locale, ma c’è un limite. Quando il turismo di massa stravolge l’anima di un luogo, quando la tradizione viene mercificata fino a diventare una parodia di se stessa, allora abbiamo un problema. La verità è che abbiamo bisogno di ripensare il modo in cui questi eventi vengono organizzati. Limitare il numero di partecipanti, proporre esperienze più vere e intime, far conoscere il territorio in modo autentico. Questo è il vero turismo. Altrimenti, continueremo a riempire le tasche di pochi e svuotare l’identità dei borghi.
Cusano Mutri e gli altri meriterebbero di più: meriterebbero rispetto. Rispetto per la loro storia, per le loro tradizioni, per la loro comunità. Ma finché ci sarà chi pensa che una sagra sia solo un’occasione per vendere un panino e una bibita a 10 euro, i borghi continueranno a essere vittime di questa ridicola moda.
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