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La salute mentale al centro dell'attenzione: cosa pensano gli adolescenti

Marco Ciotti
Marco CiottiRedazione Informare
15 gennaio 20247 min di lettura

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La salute mentale al centro dell'attenzione: cosa pensano gli adolescenti

Indice (1)

  • 1Parola alla specialista Annie Caputo

Ma se vado dallo psicologo, vuol dire che sono pazzo? No, dallo psicologo non vanno i pazzi, ma persone che hanno capito di avere un problema e hanno deciso di affrontarlo. La figura del terapista può essere di aiuto nel capire la matrice delle nostre preoccupazioni, delle nostre paure e delle nostre ansie e come affrontarle. Anche delle problematiche apparentemente piccole non vanno sottovalutate, perché esse potrebbero degenerare in disturbi ben peggiori. In questi anni, soprattutto dopo il Covid, si stanno sfatando i tabù legati agli specialisti, anche se c’è ancora tanto lavoro da fare. Il dibattito attuale in Italia, legato al bonus psicologo, ha ridato centralità al tema della salute mentale. Tutti dovrebbero comprendere la necessità di mettere mente e corpo sullo stesso piano; lo psicologo non può dunque essere un privilegio per pochi. Abbiamo deciso di raccogliere, in forma anonima, le testimonianze di due ragazze adolescenti che hanno completato delle terapie: ci hanno fornito informazioni riguardo l’importanza di avere contatto con uno psicoterapeuta, i loro contesti familiari e le influenze esterne come i social media e il Covid.  

Parliamo con M. 

Quanto è durato il periodo di cura? 

«È iniziato circa due anni e mezzo fa e ho finito da pochi mesi, -ci confessa M.- anche se ho avuto una pausa di circa un anno cambiando poi la terapista. La prima volta era per un disturbo alimentare, mentre la seconda volta era perché non mi sentivo felice, qualunque cosa mi succedesse trovavo sempre dei lati negativi. Nel primo caso era anoressia nervosa. Non sentivo più la fame: non mangiavo o per paura di ingrassare o anche come reazione a eventi negativi. Non abbiamo trovato la matrice del problema, ma la dottoressa mi ha insegnato come affrontare i momenti di panico. La seconda volta, reduce da una prima esperienza positiva, sono tornata da una terapista. È stato un po’ uno sfogo riguardo ciò che mi capitava, era una persona che per te in quel momento c’era. È una figura che ti può dare conforto». 

La nostra intervistata ha parlato anche dell’influenza dell’internet e di come esso abbia gravato sulla sua anoressia: è infatti facile trovare in rete chi ti propina metodi per ridurre la fame e per mangiare meno. D’altra parte, però, non demonizza i social, perché ha anche avuto la fortuna di trovare persone che invece sensibilizzano sul tema, vanno contro quell’immagine perfetta che viene ricercata sui social.  

Com’è stato chiedere ai tuoi genitori di iniziare un percorso psicologico? 

«La prima volta me l’hanno proposto loro perché hanno visto in me comportamenti strani. Sono molto presenti nella mia vita e quindi hanno capito che qualcosa non andasse. In realtà ero io che all’inizio non volevo parlare con uno psicologo perché non volevo ricevere una diagnosi, poiché significava essere sicura di avere un problema; non ero pronta a sentirmelo dire. I miei genitori erano molto preoccupati e un po’ come favore ho accettato di andare. La seconda volta gliel’ho chiesto io. Secondo me tutti dovrebbero provare a seguire un percorso, perché può essere realmente utile a capire come gestire i nostri sentimenti e a conoscere un po’ meglio noi stessi». 

Adesso parliamo con B.  

Quando hai iniziato la terapia e cosa hai appreso da essa?  

«Nel 2022 ho seguito un percorso da gennaio fino a maggio. A causa del forte studio e di amicizie sbagliate, avevo un’ansia che non riuscivo a gestire, era immobilizzante, volevo avere tutto sotto controllo. Facendo la terapia ho capito che il problema era che ero over-responsabilizzata; spesso i genitori o l’ambiente ti ritiene capace di affrontare tutto da sola. Ero in over thinking costante e avevo grandi sensi di colpa. In terapia ho imparato ad analizzare il perché dell’ansia, la mia reazione e come risolvere il problema. Ho seguito tecniche di terapia cognitivo-comportamentale; non potevo controllare la mia ansia ma potevo rimediare concentrandomi sulla mia reazione. Ho capito anche di dover eliminare determinate persone dalla mia vita, per esempio una mia vecchia amica con cui avevo una dinamica narcisista-empatica. Mi sentivo costantemente sbagliata, esclusa, in competizione ed ero in prigionia a causa del controllo che voleva esercitare su di me».  

B. ha parlato di come il covid non abbia influito sul sintomo, ma di come le abbia permesso di capire cosa avesse: prima del covid la vita era frenetica e non curava i suoi attacchi di ansia per i tanti impegni. Durante il periodo di pandemia invece non aveva più distrazioni e quindi era immersa nei suoi pensieri; ciò le ha permesso di capire di avere un problema e di affrontarlo prima che degenerasse.  

Quando hai detto ai tuoi genitori che avevi bisogno di iniziare una terapia? 

«I miei genitori sono separati. Mio padre aveva molti tabù a riguardo, per cui gli ho detto del mio percorso solo a metà di esso e senza entrare nei particolari. Sapevo che anche mia mamma aveva diversi pregiudizi e infatti non reagì molto bene quando le chiesi di iniziare una terapia. Alla fine, si convinse dopo una mia crisi isterica per un eccessivo livello di stress. In quella fase avevo molti pensieri intrusivi, forti al punto da non lasciarmi dormire. La prima persona a cui dissi della psicologa fu quell’amica con cui ho poi chiuso i rapporti: lei e la comitiva iniziarono ad allontanarsi da me perché ero etichettata come pazza; bisogna evitare queste persone che non capiscono l’importanza di un sostegno psicologico e che i pazienti non sono pazzi, ma al contrario sono persone che lavorano su sé stessi e che cercano di aiutarsi».  

Le due ragazze intervistate provengono da contesti familiari opposti e le ragioni che le hanno spinte a seguire un percorso psicologico sono diverse. Comunque, in entrambi i casi, riuscire a incontrare degli psicanalisti è stato fondamentale, perché queste figure hanno fornito loro gli strumenti per controllare quelle che sono le loro reazioni. 

Parola alla specialista Annie Caputo

Abbiamo voluto anche intervistare una specialista, Annie Caputo, per comprendere al meglio quali sono i problemi che maggiormente affliggono i suoi pazienti. «Ciò che ho riscontrato di più -spiega la psicologa-, soprattutto per quanto riguarda i ragazzi che passano dalla scuola media al liceo e poi all’università, è l’incertezza legata alle scelte che devono compiere. Hanno anche difficoltà nel gestire la frustrazione. Io credo che le scuole dovrebbero fare qualcosa in più, perché nonostante le attività di orientamento proposte, i ragazzi rimangono comunque spiazzati. Ho avuto perlopiù casi di problemi di controllo dell’ansia e attacchi di panico. L’iniziativa in molte situazioni è stata presa dal paziente e non dall’adulto. Spesso i giovani devono seguire ritmi frenetici e i genitori non riescono ad aiutarli proprio per una forte differenza generazionale». 

A seguito del dibattito attuale in Italia, il bonus psicologo è stato incrementato di cinque milioni di euro. È sufficiente? 

«No, perché il Governo ha delle buone iniziative che però vengono attuate sempre con grande ritardo. Il bonus serve per avvicinare la famiglia allo psicologo, ma poi è lei che deve sostenere le spese per continuare un percorso di cura. La legge non obbliga ad avere uno specialista in ambito scolastico, ma bisogna rendersi conto di come esso possa aiutare tantissimo i ragazzi in difficoltà economica a seguire un percorso a scuola».  

Un percorso di terapia può essere di grande aiuto; bisogna tenere in conto però che esso è costituito da alti e bassi, per questo è importante portarlo a compimento. Queste oscillazioni sono basate sul rapporto che si instaura con lo specialista e su ciò che accade nell’ambiente in cui viviamo. Dunque, noi esterni cosa possiamo fare? Tutti vorrebbero avere la parola giusta al momento giusto, ma già la presenza e il sapere di poter contare su una persona, anche solo per una chiacchiera, può fare la differenza. 

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  • #annie caputo
  • #bonus
  • #giovani
  • #Psicologo
  • #salute mentale
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