
La sentenza della Corte d’assise di Venezia si è pronunciata ieri, martedì 8 aprile, sull’omicidio di Filippo Turetta ai danni della 21enne Giulia Cecchettin. L’ergastolo è stato confermato, senza attenuanti generiche. Ciò che ha fatto scalpore, però, è un particolare che ha indignato molti. L’esclusione dell’aggravante della crudeltà, nonostante il medico legale abbia contato 75 ferite.
Forse, però, la forte rabbia che si è scatenata sui social ha eclissato un altro particolare della sentenza che è invece di rilevanza maggiore, ma questa volta in senso positivo.
Partiamo da alcune precisazioni su questa benedetta aggravante della crudeltà. In primis, l’aggravante, che ci piaccia o meno, era inapplicabile. L’aggravante della crudeltà è ravvisabile nel momento in cui ci sia la “volontà di infliggere alla vittima sofferenze aggiuntive” atta quindi alla produzione di sofferenze e patimenti gratuiti. La reiterazione di colpi non è di per sé una caratteristica che fa emergere questa fattispecie. Tutto dipende dalla modalità con cui sono stati sferrati i colpi: se dal modo in cui i colpi sono avvenuti è riscontrabile la volontà prima citata, l’aggravante è accertata; se la reiterazione è stata “necessaria a poter comportare la morte della persona offesa”, l’aggravante non potrà rilevare.
Detto questo, la sentenza sul caso Turetta scrive: “Non vi è certezza che egli volesse infliggere alla vittima sofferenze gratuite e aggiuntive. Non è a tal fine valorizzabile, di per sé, il numero di coltellate inferte”. Quei 75 fendenti non sono state “una deliberata scelta dell’imputato ma sembrano una conseguenza della inesperienza e inabilità dello stesso: Turetta non aveva la competenza e l’esperienza per infliggere sulla vittima colpi più efficaci, idonei a provocare la morte”. Può quindi far storcere il naso l’espressione “inesperienza”, ma difatti si sta parlando di 75 colpi di cui non si ha la piena certezza che siano stati inflitti per puro sadismo, piuttosto che per l’incapacità di Turetta di uccidere Giulia con pochi colpi. E quando non si hanno delle certezze provate, in giustizia, funziona così.
La sentenza ha in ogni caso fatto scalpore, suscitando la rabbia di molte persone. Rabbia che, però, non è, a parere di chi scrive, utile al dibattito sul femminicidio.
A tal proposito, è bene fare delle premesse. La presenza o meno dell’aggravante era irrilevante sul piano punitivo, in quanto la connotazione di tale delitto è funzionale, insieme ad altre, ad una condanna di ergastolo. Ergastolo che è stato in ogni caso dato, come è giusto che sia.
Qualcuno potrebbe dunque dire che l’aggravante avrebbe avuto una funzione morale, di principio. La stessa sorella di Giulia, Elena Checchettin, ha espresso sui social tutta la sua rabbia parlando proprio di questo: “se un domani una persona si sentirà autorizzata ad accoltellare un’altra persona 75 volte perché sa che questo fatto non costituisce crudeltà per la giustizia italiana e pertanto non avrà questa aggravante riconosciuta dovremmo ritenerci responsabili di averlo fatto accadere“. Elena è sicuramente una ragazza la cui rabbia interiore per un lutto incancellabile è comprensibilissima, ed è quindi comprensibile ogni sua dichiarazione dettata da questa rabbia. Un po’ meno comprensibile è lo sfruttamento delle sue dichiarazioni da parte di altre persone per farci un contenuto social virale.
Perché, se dobbiamo dire la verità, l’idea che una persona, da lucida di mente, possa cambiare i propri principi etici e morali e diventare un assassino in quanto “si senta autorizzato dalla giustizia italiana” per una sentenza, è alquanto azzardata. Il ruolo della giustizia come prevenzione futura, che Elena richiama in una delle sue storie su Instagram, è molto discusso, e siamo i primi a metterlo in discussione in altri contesti.
Non possiamo quindi modellare la nostra idea sul codice penale in base ai nostri istinti, seppur comprensibili. Sono anni che diciamo che il pugno duro della giustizia come deterrente è inutile o talvolta controproducente, che le carceri falliscono perché invece di rieducare hanno solo una valenza punitiva; e soprattutto è un anno che nei cortei urliamo che il Filippo Turetta di turno non è “malato, ma figlio sano del patriarcato”. Il tutto allora cozza con l’accanimento sadico verso una persona nella speranza che possa essergli inflitta la pena più pesante che esista, come se la crocifissione di questo mostro possa risolvere il problema culturale dietro il femminicidio.
Come detto all’inizio, tutta questa vicenda ha offuscato quella che forse è la vera questione di rilevanza che pone in oggetto questa sentenza.
Oltre ad essere tremendamente schietta nei confronti dell’efferatezza e dell’orrore del crimine commesso, la sentenza specifica un particolare non da poco, ovvero che le motivazioni che si celano dietro al reato partono da “abietti motivi di arcaica sopraffazione, vili e spregevoli, dettati da intolleranza per la libertà di autodeterminazione della giovane donna, di cui l’imputato non accettava l’autonomia delle anche più banali scelte della vita”.
Una sentenza ha ufficialmente certificato che dietro questi casi di omicidio si cela un retaggio culturale “arcaico”, superato, che spinge determinati uomini a compiere atti spregevoli per il solo fatto di credere in una qualche superiorità morale nei confronti della donna, della quale non riesce ancora a riconoscere la piena libertà. Questo, sì, può esser considerato un atto che ha un ruolo di prevenzione futura, perché ha una valenza che va ben oltre la semplice punizione. Ha una valenza culturale e sociale. Il legislatore che legge questa sentenza potrebbe finalmente capire che sì, il patriarcato è un retaggio arcaico che va combattuto ancora oggi, nel 2025. È un problema attuale, nei confronti del quale non si possono voltare le spalle.
Su questo dovremmo soffermarci, non sul numero di aggravanti che ha avuto Filippo Turetta. Il giornalismo social non funziona e non ci aiuta a vedere quel poco di colore che nel mondo e nel nostro paese ogni tanto c’è, perché il bianco ed il nero fanno inevitabilmente più views.
Giulia non c’è più, così come Ilaria, Sara e tantissime altre, ma la loro memoria non può riassumersi ogni settimana in un titolone diverso ripubblicato da tutti nelle proprie storie.
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