
Ieri, con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, il Senato ha compiuto un passo destinato a modificare profondamente l’assetto della giustizia italiana, aprendo la strada a una riforma che potrebbe riscrivere gli equilibri democratici del Paese. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (una riforma costituzionale a lungo agognata dal centrodestra) ha incassato la seconda approvazione parlamentare. In Aula era presente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che da tempo è il principale artefice e promotore della riforma. Ma la giornata non è passata senza tensioni.
Il Pd, il M5S e l’Alleanza Verdi-Sinistra, durante il voto, hanno messo in scena una protesta simbolica, mostrando la Costituzione italiana capovolta e cartelli con la scritta: “Non nel nome di Falcone e Borsellino”. Questo gesto fa riferimento al timore che la riforma possa compromettere l’autonomia della magistratura e la sua capacità di combattere la criminalità organizzata. “Questa riforma non rende la giustizia più giusta, ma più controllabile”, ha commentato Anna Rossomando del Pd, mentre per il Movimento 5 Stelle si tratta di un “attacco diretto alla Costituzione antifascista”.
La reazione della Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) è stata molto forte. “Oggi, con l’approvazione della riforma costituzionale, si toglieranno garanzie ai cittadini, ed è questa la nostra principale preoccupazione – sottolinea -. È evidente che l’obiettivo di questa riforma sia quello di creare una magistratura più controllata e sottomessa, che rinunci al suo fondamentale ruolo di vigilanza sulla legalità”. L’Anm sottolineato che continuerà a combattere anche nei prossimi mesi, fino all’eventuale referendum confermativo, nel caso in cui il testo non ottenga la maggioranza qualificata dei due terzi durante il doppio passaggio parlamentare.
“Nel pieno rispetto del voto di oggi e in attesa dei prossimi passaggi previsti dall’articolo 138 della Costituzione – si legge nella nota – continueremo a partecipare attivamente al dibattito pubblico per spiegare con convinzione le ragioni della nostra opposizione a questo disegno di legge”.
Dall’altra parte, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni incassa, ma resta defilata rivendicando il risultato con un post sui social. “L’approvazione in seconda lettura al Senato della riforma costituzionale della giustizia rappresenta un passo significativo verso un impegno che avevamo preso con gli italiani e che stiamo portando avanti con determinazione”. “Il percorso non è ancora finito – ha aggiunto – ma oggi ribadiamo la nostra volontà di dare all’Italia un sistema giudiziario sempre più efficiente, giusto e trasparente”.
Ma, tutto questo non nasce oggi. Non è figlio di un’improvvisa urgenza costituzionale. È il coronamento di un sogno, (o meglio dire di un incubo), coltivato per trent’anni dal berlusconismo, che ha sempre considerato la magistratura una forza ostile da contenere, neutralizzare, subordinare. E lo ha detto senza troppi filtri, Antonio Tajani, leader di Forza Italia: «È un risultato dedicato a Silvio». Come se la riforma fosse un risarcimento postumo, una rappresaglia istituzionale vestita da modernizzazione.
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