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La sfida di Antonio Zagarella: l'arte della pizza sul Litorale Domizio

Federica Solino
Federica SolinoRedazione Informare
19 marzo 20264 min di lettura

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La sfida di Antonio Zagarella: l'arte della pizza sul Litorale Domizio

Indice (6)

  • 1Antonio, tu definisci la tua attività come una sfida. Perché hai deciso di investire proprio a Castel Volturno invece di cercare fortuna altrove? 
  • 2Questa passione sembra avere un legame profondo con la tua storia familiare. Cosa è cambiato rispetto all’epoca di tuo padre? 
  • 3Il mondo della pizza è cambiato molto con i social. Come vivi questo passaggio storico? 
  • 4Nel settore si parla molto della “faida” tra la scuola napoletana e quella casertana. Come vedi questa evoluzione? 
  • 5Qual è il tuo rapporto con gli ingredienti del territorio? Come riesci a valorizzarli? 
  • 6C’è una pizza in particolare che rappresenta la tua identità e che consiglieresti? 

Scegliere di fare impresa a Castel Volturno è una decisione coraggiosa, soprattutto quando si possiede un mestiere “internazionale” che permetterebbe di avere successo in qualsiasi metropoli. Antonio Zagarella, anima della pizzeria “Da Attilio“, ha trasformato la sua passione in un atto di amore per le proprie radici: restare per dimostrare che anche qui si può garantire qualità. Ereditando il mestiere dal padre, Antonio ha saputo evolvere il concetto di pizzeria tradizionale, portando innovazione e qualità in un territorio che ha bisogno di nuovi pionieri. 

Antonio, tu definisci la tua attività come una sfida. Perché hai deciso di investire proprio a Castel Volturno invece di cercare fortuna altrove? 

«Volevo farcela qui. Il mio sogno era riuscire ad emergere nel mio paese, anche per portare avanti e valorizzare il nostro territorio. Oggi molti si lamentano di questo posto, ma in pochi hanno pensato di fare davvero qualcosa di più per questa terra». 

Questa passione sembra avere un legame profondo con la tua storia familiare. Cosa è cambiato rispetto all’epoca di tuo padre? 

«Sì, la passione me l’ha tramandata mio padre. Lui lavorava in un contesto che spesso non gratificava il nostro operato. Un tempo la pizzeria “della domenica” era vista solo come un’abitudine per le famiglie, ma oggi non è più così. La pizza si è presa una grossa fetta del mercato della ristorazione; pensa che oggi le pizzerie riescono a vendere vino quanto, se non più, dei ristoranti». 

Il mondo della pizza è cambiato molto con i social. Come vivi questo passaggio storico? 

«Il cambiamento è avvenuto per due motivi: la crisi della ristorazione, che ha spinto verso prodotti dal costo inferiore, e l’intuizione di alcuni pionieri come Franco Pepe o Francesco Martucci, che hanno trasformato le pizzerie in luoghi di lusso. Per quanto riguarda i social, oggi tutti dicono le stesse cose. A me non piace TikTok; lo trovo un modo brutto di farsi pubblicità che non rispetta la professionalità di un operatore». 

Nel settore si parla molto della “faida” tra la scuola napoletana e quella casertana. Come vedi questa evoluzione? 

«Napoli si è affidata troppo alle pizzerie storiche, continuando a proporre lo stesso prodotto di 50 anni fa convinta che sia ancora il migliore, ma per me non è così. Il casertano, invece, ha cercato un’evoluzione vera, partendo proprio da Franco Pepe. Se oggi Caserta è ai primi posti delle classifiche è perché c’è stata una ricerca maggiore. Ho girato molte pizzerie storiche a Napoli e ho avuto spesso delusioni: prodotti di basso livello venduti come eccellenze. La differenza oggi la fanno gli ingredienti e le farine performanti che rendono le pizze quasi tutte buone, ma l’eccellenza resta un’altra cosa». 

Qual è il tuo rapporto con gli ingredienti del territorio? Come riesci a valorizzarli? 

«Siamo nel centro madre della mozzarella di bufala e a due passi dal pomodoro di Villa Literno. Cerco l’eccellenza in tutta la Campania perché voglio prodotti con una qualità diversa, come quelli Slow Food. Mi dispiace che alcune risorse locali, come il tartufo bianco castellano, non siano state valorizzate dalle istituzioni. Io ci credo: siamo gli unici a Castel Volturno presenti su guide nazionali tra ristorazione e pizzerie. Non è per presunzione, ma perché puntiamo tutto su qualità e innovazione». 

C’è una pizza in particolare che rappresenta la tua identità e che consiglieresti? 

«Consiglio sempre la “Pacchetella”: uso il pomodoro San Marzano di un’azienda di Sarno, che per me resta la migliore. La base è bufala castellana e all’uscita aggiungiamo pecorino romano. Poi c’è la “Vesevus”, con il pomodoro arancione di Diana 2.0: è una produzione che fanno apposta per me, perché l’arancione è più dolce del giallo. Sono pizze identitarie che non tolgo mai dal menu. Se invece devo mangiarla io, preferisco la “Ruota di Carro” con bufala, tanto basilico e pepe». 

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  • #castel volturno
  • #litorale domizio
  • #pizza
Federica Solino
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