
Giuseppe Esposito quando ti accoglie ha quel calore tipico di chi è cresciuto al Caserta, dove le persone prima ancora delle idee vengono “incontro”. Racconta, si concede, e mentre ripercorre il suo cammino ti fa sentire che ogni passaggio, dalla famiglia alla moltitudine di lavori svolti da ragazzo, ha lasciato un segno che si riflette nel suo percorso imprenditoriale. Quella di Giuseppe è una storia di appartenenza che si mischia alla voglia di riscatto grazie all’impresa. Nato tra Caivano e Crispano, dentro una tradizione familiare passata dai trasporti di bombole di gas all’imprenditoria, Giuseppe porta addosso una scuola antica: quella del fare e dell’imparare “sporcandosi le mani”. Eppure, a un certo punto, quel fare è diventato visione. È così che il percorso della famiglia si allarga: dal trasporto di gas fino alla scelta più audace. Con Data Felix e il progetto Data Phoenix, Giuseppe ha portato nel casertano un’infrastruttura che, fino a poco fa, sembrava “roba da Nord”: un data center pensato per dare alle aziende del Sud un presidio vicino. Ma, dentro questa scommessa tecnologica, il cuore resta lo stesso: restare qui, investire qui, e soprattutto guardare ai giovani con una premura rara. Giuseppe lo dice a margine della nostra intervista: se i ragazzi partono, spesso è perché non trovano spazio. E allora lo spazio bisogna crearlo. Qui. In quest’intervista vi raccontiamo un viaggio che intreccia impresa innovativa e Sud, con epicentro proprio Caserta.

«Il punto è che il data center in Italia è strategico. In Europa si parla di “cloud sovrano”: significa che i dati devono stare nella nostra nazione. Oggi, invece, siamo molto dipendenti da grandi player come Google e Amazon, che hanno le loro regole. I data center che nascono in Italia partono con uno svantaggio rispetto a Francia e Germania. Il nostro approvvigionamento principale arriva dalla rete nazionale, ma stiamo investendo anche in cogenerazione e coproduzione. Abbiamo inoltre un progetto sul fotovoltaico. In ogni caso, se dovesse mancare la rete locale, di-sponiamo di generatori in grado di coprire l’emergenza: un data center deve restare acceso 365 giorni l’anno, 24 ore su 24. Non può spegnersi».
«La scelta nasce da un’esigenza aziendale: anche noi avevamo un problema di gestione dei dati. Come custodirli? Qui entra un fattore culturale: ancora oggi, se entri in molte aziende, trovi server in uno sgabuzzino o in un sottoscala. Non ci si rende conto che, se i server si fermano, l’azienda si ferma. Noi avevamo un piccolo data center interno e non valutavamo fino in fondo che un calo di corrente poteva significare perdere tutto. Al Sud questa sensibilità è ancora più bassa; al Nord, in generale, sono più attenti. Oggi i dati sono l’azienda: le imprese lavorano su piattaforme e sistemi collegati, e tutto quel valore è in hardware che, se si rompe o se perde informazioni, porta al crollo dell’efficienza. Da questa consapevolezza abbiamo deciso di costruire un data center e, così facendo, oggi siamo almeno quattro anni avanti rispetto ad altri operatori. Il data center è anche una porta importante per il territorio. A volte vediamo aziende che fatturano 40–50 milioni: l’imprenditore compra auto, orologi, barca, ma poi non investe nemmeno in un antivirus adeguato. È un tema di sensibilità: su dieci imprenditori, grazie a Dio, cinque al massimo non lo capiscono; gli altri sono più lungimiranti e sanno di cosa parliamo. Noi stiamo sensibilizzando anche il pubblico: Comuni e istituzioni spesso sono ancora indietro. Ma vedo un periodo storico in cui cresce la voglia di capire e innovarsi. Credo che la nuova generazione darà soddisfazioni: il cambio generazionale può portare vantaggi enormi, se iniziamo a dare fiducia a giovani capaci».
«Noi non vogliamo fare terrorismo psicologico: entriamo con diplomazia. Però raccontiamo un episodio noto a tutti: la Regione Lazio è stata hackerata e c’era il rischio concreto che dei malati subissero conseguenze gravissime, perché non erano disponibili nemmeno le cartelle cliniche. Allora la domanda è: se la tua azienda si ferma due giorni, quanto perdi? Magari “muore” la parte economica. Da lì iniziamo a fare conti e a far capire che non basta l’infrastruttura: la priorità è la cybersecurity».
«Lo riassumo così: dove c’è un problema, c’è un’opportunità. Nonostante le difficoltà, io vedo tante opportunità. Mi rifaccio spesso alla storia di Olivetti: noi italiani siamo sempre stati capaci di trovare occasioni anche nei momenti complessi. Dobbiamo prendere il meglio di ciò che è l’Italia.
«Dico sempre: “Noi siamo il nostro vissuto”. Ci misuriamo sulle esperienze, sulle sconfitte e sulle vittorie, sui dolori e sulle gioie. Abbiate fede in quello che fate, impegnatevi: i risultati arrivano. Amate il prossimo. E ricordate che quando si vince, si vince perché c’è la squadra, non il singolo. Giocate di squadra: se lo fate, sarete sempre i più forti».
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