
Per Kant erano disposizioni infelici dell’anima, foriere di molti mali. Per Spinoza sono l’elemento trainante dell’agire. Comte la chiama statica sociale. Parliamo delle emozioni. Negli anni ’60 del ‘900 le emozioni diventano oggetto di studi sociali e sociologici e non sono più unicamente di competenza filosofica e psicologica. Oltre a rivelarsi estremamente necessarie per la personalità dell’individuo, sono generatrici di rapporti sociali. La società dell’era modernità ha dato alla luce degli eterni emotivi razionali.
A seconda del luogo in cui il soggetto agisce troviamo, anche se con percentuali diverse, nelle sue azioni ragioni emotive e ragioni razionali. Ogni comprensione è sempre emotiva, quello che sentiamo all’interno di un particolare contesto ci fa agire in un modo invece che in un altro. Da una parte, è oggetto di una sorta di bombardamento emozionale, che potrebbe inficiare la sua capacità critica di analisi della realtà sociale per una omologazione al pensiero e alle azioni collettive; dall’altra è l’attore stesso a detenere la possibilità di utilizzare emozioni, sentimenti e passioni in maniera intelligente, ossia come strumenti di comunicazione e comprensione della realtà sociale, come mezzi di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica e come occhiali magici attraverso cui individuarsi e identificarsi.
L’individuo è controllore e fruitore intelligente di emozioni, sentimenti e passioni e, nello stesso tempo, potenziale vittima della loro esplosione mediatica o collettiva. Dalle rivolte del Nord Africa e del Medio Oriente a Indignados, Occupy Wall Street, Black Lives Matter fino al linguaggio e alle tattiche emozionali utilizzati dai politici, dai messaggi lanciati e veicolati attraverso i media, alle conversazioni che hanno luogo nella sfera pubblica. L’attore senziente si trova oggi imbrigliato in una situazione di ambivalenza emozionale postmoderna.
È evidente come le emozioni abbiano una marcata matrice sociale e come la situazione sociale influenzi in modo diretto la sfera emotiva. Ogni contesto, evento, situazione sociale contiene al suo interno delle regole del sentire e dell’espressione. In base a quanto si riesce a controllare, evocare o reprimere le emozioni, si possederà maggiore capacità di interazione sociale. È un impegno che l’individuo mette in atto per conformarsi a norme di espressività emotiva stabilite dal contesto sociale e va al di là del desiderio o della volontà interiore del soggetto.
Solo l’intimità ci permette di abbassare le maschere sociali e mostrarci privi di sovrastrutture interattive, ricorrendo a comportamenti franchi e istintivi. La devianza emozionale viene fuori quando non si rispettano le regole del sentire comune, e va ad intaccare le aspettative che governano l’esibizione pubblica dell’emozione. La loro violazione etichetta il soggetto come deviante agli occhi della società. Tutti noi nell’ambito della nostra vita quotidiana potremmo utilizzare la devianza emozionale come strumento di valutazione e giudizio nei confronti degli altri con cui entriamo in contatto. Si tratta di una stima di comportamento che potrebbe molto spesso trarre in inganno.
La nostra vita quotidiana è intrisa di emozionalità, che influenzano comportamenti, atteggiamenti, pensieri, azioni sia individuali che collettivi. D’altra parte, possiamo registrare numerose situazioni in cui le nostre azioni sociali sembrano prive di colore, ossia guidate da una razionalità diretta allo scopo, che sembra impermeabile agli stati emozionali provati dal soggetto agente, il quale si configura come una sorta di automa da obiettivo, concentrato soltanto nel raggiungimento del suo scopo. Nella realtà in cui siamo immersi non troviamo in maniera così rigida la netta distinzione tra questi due idealtipi. Nel senso che non può esistere un’azione sociale esclusivamente emozionale o esclusivamente razionale.
Un esempio di ambivalenza emozionale ci viene dato dall’utilizzo dei media e new media nella tarda modernità. Da una parte, gli individui vengono travolti da emozioni voraci, shock, che spesso inficiano la capacità di riflessione critica dei soggetti, i quali non riescono a distaccarsi da quanto osservato o ascoltato e finiscono per accettare e omologarsi al significato collettivo veicolato dal media. È possibile però scorgere l’altro lato dell’ambivalenza, in cui i soggetti utilizzano determinati media come spazio in cui maneggiare emozioni con intelligenza, razionalizzare quanto provato grazie alle possibilità internazionali offerte dal media.
Mentre la televisione stimola spesso un’emotività commerciale e univoca non permettendo quasi mai interazione, la rete consente una emozionalità connettiva, in quanto crea un rapporto biunivoco tra gli individui: se pensiamo a social network, forum e blog personali, ad esempio, vediamo come si assista a una esternalizzazione del proprio sé, in quanto ambienti in cui manifestare i propri stati d’animo, condividere i propri sentimenti e solidarizzare con l’altro senza timore di subire un etichettato sociale. Uno spazio in cui raccontare e raccontarsi. La rete emerge come uno dei luoghi principali di manifestazione delle proprie emozioni. Una parentesi di realtà in cui c’è sempre una manifestazione libera e profonda dei propri stati emozional-sentimentali, in quanto mancano molti dei limiti e delle convenzioni sociali presenti in altre situazioni.
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