
Chiedendoci se la spesa sanitaria sia cresciuta, la risposta, in termini nominali, sarebbe sì. Si è infatti passati dai 128,8 miliardi del 2023 ai 134,7 miliardi del 2024. Bisogna però aggiungere che di questo incremento, 2 miliardi erano già previsti dalla manovra precedente ed il resto viene sostanzialmente redistribuito tra i rinnovi contrattuali del personale ed il finanziamento della sanità privata. Per quanto riguarda il PIL, oggi nella sanità siamo al 6,4% (risultato, comunque, più basso rispetto ad anni fa dove si raggiungeva il 7,1%) e si prospetta rimanga uguale anche per i prossimi due anni. Viene quindi spontaneo chiedersi, la spesa sanitaria produce realmente un ritorno di salute? Ne abbiamo discusso con il Dott. Francesco Perrone, Presidente AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica). Per quanto ci sia stato un aumento della spesa, quest’ultimo non è realmente così significativo in termini pratici ed inoltre, da un punto di vista del potere d’acquisto e dell’aumento dei costi fissi del servizio sanitario e dell’attribuzione di questi fondi che sono nello stanziamento, in realtà non c’è una spinta forte. Questo si sente in alcune branche della medicina, come ad esempio quella oncologica. Quest’ultima vede una dinamica divergente tra la quantità della domanda che aumenta e la capacità dell’offerta che invece non aumenta o almeno non alla stessa velocità con cui aumenta la domanda.
Purtroppo, l’oncologia è una branca in cui vi è una differenza sempre più spiccata tra quello di cui avremmo bisogno e quello che invece si è in grado di offrire a chi si ammala. Questo è uno dei settori per i quali ci vorrebbero investimenti veri, che abbiano potere d’acquisto non solo nominali. Inoltre, in questi vent’anni la riforma federale non ha risolto i problemi di disparità che c’erano, anzi ne ha peggiorato qualcuno, perché questa non è stata sufficientemente accompagnata da quella che si potrebbe definire un’efficiente cabina di regia nazionale centrale. Quest’ultima avrebbe dovuto garantire meccanismi di crescita regionale, meccanismi che non creassero disparità tra i vari territori.
Abbiamo discusso con il Dott. Perrone anche della delicata questione dell’autonomia differenziata riscontrando il maggior punto critico nella ripartizione dei soldi. È sicuramente ovvio che non abbiamo un’Italia “tutta uguale”: dove c’è maggiore ricchezza del contesto sociale, ci sarà sicuramente una fiscalità che produce un gettito più alto. Ma è proprio questo il punto dolente: il primo effetto dannoso si riflette sui professionisti affermati, a causa della possibilità che si apra una sorta di calciomercato. Oggi un professionista può avere la possibilità di lavorare guadagnando molto di più di quello che il contratto nazionale di lavoro gli garantisce, in certi casi, se sceglie di lavorare nel privato. Questo introduce la concorrenzialità stipendiale all’interno del sistema pubblico e crea all’interno di questo stesso sistema una disparità di trattamento dei professionisti, rischiando anche che i più preparati lascino la propria casa per trasferirsi in luoghi dove lo stipendio risulta più alto. Ci vorrebbe più coscienza nella cittadinanza italiana sulla ricchezza e l’importanza del Servizio Sanitario Nazionale italiano.
Per quanto la strada degli investimenti sia ancora lunga, il Servizio Sanitario Nazionale Italiano di principio non esclude nessuno e garantisce a tutti, a prescindere dal ceto, a prescindere dal reddito, a prescindere dal grado di cultura, a prescindere da tutto, la tutela della salute.
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