
La storia della Masseria Ferraioli inizia il 1 marzo del 2017. Prima di allora, per oltre 20 anni dalla sua confisca, è stata “gestita” illegittimamente da ignoti e data alle fiamme nell’agosto nel 2016. Dopo c’è stato un bando pubblico, ci sono voluti poi venti anni per assegnarlo. Rappresenta il bene più grande dell’area metropolitana di Napoli. Ci rendiamo subito conto che non possiamo competere con l’agricoltura tradizionale, dobbiamo preferire l’idea di piccole produzioni di qualità, anche grazie all’esempio di Tonino. Immagina il delirio: alberi bruciati, immondizia ovunque. Sin dall’inizio, noi vogliamo produrre lavoro e reddito. La sfida alle mafie va combattuta necessariamente dando lavoro.
Antonio Ferraioli è stato un giovane cuoco di 27 anni di Pagani che denunciò l’uso di carne avariata del luogo dove lavorava. Era un sindacalista, un boy scout, iscritto al partito comunista. Il suo ricordo rimane nel nome della Masseria, un tempo appartenuta al clan Magliulo. La confisca fu effettuata a Vincenzo Magliulo, colui che ha messo in pratica l’infiltrazione nella vita politica ed economica attraverso l’acquisizione di enormi superfici agricola. Quando viene condannato come capo del clan, i terreni vengono ridati allo stato. Si parla dell’area circostante alle catene di Leroy Merlin e IKEA, approssimativamente 12 ettari. Le azioni successive hanno puntato alla cancellazione e alla sostituzione della memoria del clan.
«In questi 7 anni, in cui siamo partiti da un luogo che non aveva neanche confini certi, oggi ospita 308 famiglie che possono usufruire di un bene comune verde, tra cui un boschetto che sta crescendo. Circa cinquanta arnie costituiscono un grande valore aggiunto, c’è poi giardino didattico di 1300 metri quadri che attività educative che coinvolgono 2000 studenti, infine un prato dove facciamo musica, teatro, laboratori (ad esempio di marmellate). Lavoriamo su due fasce vulnerabili: detenuti che hanno bisogno di re-inserimento sociale e donne che hanno vissuto violenza. è progettata nell’area una centro di accoglienza.»
La masseria lavora principalmente su piccole produzioni di verdure stagionali, prodotte senza additivi chimici e venduti attraverso la rete di persone che frequentano il bene confiscato. «Ogni tanto facciamo produzioni specifiche per sperimentare per sughi pronti o pestati. L’ultima novità è la crema di friarielli». Ovviamente questo implica anche dei problemi come i limiti di stoccaggio, dall’altro lato, c’è la volontà di aumentare la qualità, la trasferibilità del prodotto. Allo stesso modo, si coltiva frutta: prugne, melograni, fichi, pineto di 10.000 mt. «Lavoriamo tanto sulla vendita quanto sulla trasformazione».
«C’è chi ha paura, chi pensa possa succedere qualcosa. Noi vogliamo lavorare sull’dea della comunità che si unisce e fa blocco comune. Ma ci paga quando le persone vengono e lo vivono. Questo perché l’immaginario dall’esterno è sempre distorto. Ma l’impostazione della masseria fa rendere conto alle persone che il loro protagonismo paga: si sentono meno soli.»
La Masseria Ferraioli cerca di ospitare quanti più eventi possibili: «tutto quello che è arte e sport ha una corsia preferenziale. Lo strumento principale contro la corruzione è mostrare il bello, mostrare che è possibile. Su quel terreno su cui si è tenuto il Festival delle Periferie, quel terreno ha visto furti, pianificazione di omicidi e corruzione. Questo è quanto di più bello si possa fare per promuovere la legalità». Il Festival delle Periferie ha portato in questi luoghi la musica, ricchi di risorse e di energie. La congiunzione dei percorsi del festival e della masseria, quindi, è stata piuttosto naturale
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