
Le periferie sono spesso luoghi in cui vige una morale ancorata a vecchie concezioni, ormai completamente superate da una società complessa e variegata. In questi luoghi l’intolleranza raggiunge livelli preoccupanti, soprattutto perché non vi sono strutture d’accoglienza o luoghi d’ascolto ideati per chi vive “il peso della minoranza”. Nei paesini è difficile trovare questi luoghi, così i ragazzi tendono ad isolarsi o al massimo raggiungere i grandi centri quando si vuole uscire.
La storia che vogliamo raccontarvi muove proprio attraverso quell’intolleranza diffusa che rende impossibile la vita di chi ci sembra diverso. Dario è un ragazzo trentenne di Quarto, da anni denuncia aggressioni e insulti alla sua persona, l’ultima delle quali risale a qualche giorno fa. Tentativi di bruciargli le ciglia o lo zaino, insulti, aggressioni fisiche e avances sessuali da parte di minorenni. Il motivo è perché è vestito strano? Perché è gay? Noi pensiamo, invece, che le periferie hanno un serio problema d’ignoranza, disinformazione e paura verso ciò che non è standard.
«Una domenica ho subito l’ennesima vicenda di violenza di genere. Io e le mie amiche siamo stati circondati, toccati, molestati sia verbalmente che fisicamente da un gruppo di almeno 20-30 ragazzini minorenni. Mi hanno fatto avances sessuali, hanno provato a bruciarmi le sopracciglia, hanno provato a bruciarmi lo zaino mettendo il clipper nella borchia della mia spilla per far perdere il gas e automaticamente dargli fuoco dopo. Ho iniziato a chiamare i carabinieri prima ancora di queste aggressioni fisiche, ma le forze dell’ordine sono arrivate solo un’ora e mezza dopo».
«Il venerdì precedente siamo stati aggrediti da dei ragazzini nella villa comunale di Quarto, ci lanciavano delle castagne addosso, che detto così fa ridere, ma una castagna, da lontano, ha la stessa pesantezza di una pietra. Una ha colpito in viso la mia amica, un’altra ha centrato me e ho ancora un livido. Ho chiamato di nuovo la caserma dei carabinieri, ma stavolta non sono arrivati. Ho provato a richiamarli dopo un’ora e mezza e non mi hanno risposto. Mi riferiscono che attualmente, in un paese di 60.000 abitanti, c’è solo una pattuglia dei carabinieri funzionante e dato che il personale è poco non possono lasciare una caserma incustodita. Quell’episodio di domenica è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in realtà a me succede da dieci anni, ma anche alle mie amiche succede ormai da tre anni. Non sono mai stato tutelato da nessuno, ho provato a chiamare tante volte i carabinieri, sono andato a denunciare sempre verso ignoti, questa volta però è diverso, perché ho i dati di chi ha commesso gli abusi, il problema è che spesso è difficile procedere perché si tratta di minori».
«Sì, assolutamente. È un problema che nasce dalle case, dalle famiglie, da un retaggio culturale che nei paesi di provincia diventa gravissimo. Già se andassi a Napoli sarebbe diverso, le persone sono abituate a ciò che non è ordinario. Questo nasce perché manca l’educazione sentimentale, sessuale e civica. Tutti questi ragazzini non sono educati ai sentimenti».
«Gli direi che la mia non è una battaglia di odio. Non si combatte l’odio e la violenza con altro odio; si cerca di sensibilizzare. A loro direi semplicemente una cosa: se questa cosa accadesse a voi? Se questa cosa accadesse a vostra sorella o vostro fratello? Se accadesse a vostro figlio o figlia? Cosa volete dare ai vostri figli futuri? Siete voi le nuove generazioni».
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