
Quest’estate, a distanza di ben cinque anni, mi sono nuovamente imbattuta in una delle storie più intense che io abbia mai letto/visto in tutta la mia vita: la “Bella Estate” di Cesare Pavese o anche, come teneva definire lo scrittore, “la storia di una verginità che si difende”. Dunque, a distanza di tutti questi anni dalla lettura dell’opera, noto che nelle sale verrà proiettata la trasposizione cinematografica del libro per la regia di Laura Luchetti. Incuriosita non solo dal fatto che la regista è la seconda, dopo Antonioni, a rappresentare un’opera di Pavese, ma soprattutto perché veniva trasmessa una delle storie che più mi aveva emozionato e accompagnato nel corso di questi anni. A distanza di cinque anni o, meglio ancora, cinque estati, mi dirigo al cinema vicino casa e mi emoziono, sinceramente, dinanzi a questo film. E, come tutte le cose che lasciano un segno, non perdo l’occasione di andare a rivederlo all’Institut Francais di Napoli agli inizi di dicembre e fare una bellissima chiacchierata con Laura Luchetti.
«Io sono molto innamorata di Pavese – afferma Laura Luchetti – perché ha in sé una grande malinconia. Ha una voce femminile e maschile fortissima, era un grande estimatore della natura, dei cambiamenti umani e della gioventù. Trovavo fosse un libro sulla libertà di amare ed ho pensato che fosse molto moderno, nonostante sia un libro scritto nel 1940, nel desiderio del cuore che ti dice di fare una cosa e la società che vuole tu ne faccia un’altra. Credo che Ginia possa tranquillamente essere una ragazza del 2024. Le sue difficoltà, il desiderio del suo corpo che vuole crescere nelle direzioni che preferisce e che vuole essere visto, amato e toccato, non è per niente diverso da quello di una ragazza di oggi». Un film non attualizzato, ma sicuramente molto attuale e con tantissimi spunti che possono essere dei riferimenti ai nostri giorni. Ambientato nel 1938, Ginia (interpretata da Yile Vianello) è una giovane ragazza che viene dalla campagna e che, insieme a suo fratello, si trasferisce a Torino lavorando come operaia in un’importante sartoria. Conosce Amelia (interpretata da Deva Cassel), una giovane donna un po’ più grande di lei, che lavora come modella per i pittori, praticando l’ambiente artistico della città. Tra le due scatta un’importante ricerca fisica e affettiva e iniziano sempre di più ad avvicinarsi, senza mai esplicitare questa reciprocità. «La società – continua Laura Luchetti – si è evoluta fino a un certo punto: la difficoltà di essere sé stessi sia a livello sessuale che personale è sempre grande per un essere umano. Sicuramente se ne parla di più e questo è il motivo per cui ho voluto che il film rimanesse ambientato in quegli anni: per dargli universalità e ribadire che questa è la natura dell’amore e del desiderio ed è importante che le persone capiscano che anche i nostri antenati erano così».
Col passare del tempo, Ginia viene convinta da Amelia a frequentare il suo gruppo e lì conosce Guido: un giovane pittore di cui crede di essere innamorata e a cui, alla fine, si concede. «Anche se è sottolineata di più la sua esperienza con Guido – afferma la Regista – e i loro rapporti sessuali, quando Pavese parla delle due donne, Ginia e Amelia, le pagine si infiammano, inizia un altro racconto: quello di una ragazza che culturalmente deve lavorare, deve trovare un ragazzo e ci deve fare l’amore, però poi nella scena mentre avviene il rapporto sessuale si capisce che lei è in un altro posto. E in quel momento capisce che deve andare dal suo di amore: Amelia. Io ho voluto mettere principalmente il focus su questo, mettendo un po’ più in ombra il rapporto con Guido, la trovavo la cosa più interessante e universale». Laura Luchetti dà al corpo un’importanza fondamentale, soprattutto nella scena della prima volta tra Ginia e Guido: movimenti di corpi e intervalli di silenzi che valgono molto più di tante parole.
Come mai la scelta di raccontarla in questo modo?
«Il silenzio nel film – spiega Luchetti – narra la prima volta di una donna, non romanticizzata come è stata raccontata e edulcorata in tanto cinema, anche americano. A volte le donne si isolano in queste situazioni: infatti quella scena l’hanno capita tutte. Si spegne la testa e restano solo delle sculture di carne che si muovono, io nel film ho tagliato anche le teste degli attori». Una vicinanza alla ricerca del corpo che da sempre è presente nella regista, non solo per “La bella estate”, ma anche, ad esempio, nel suo film “Fiore gemello” o nella recente serie “Nudes”. «Fiore gemello – afferma Laura Luchetti – è stato il primo film in cui ho sentito forte la necessità di questa ricerca del corpo. Quando io lavoro con gli attori dico sempre che il corpo recita quanto la voce, anzi parla molto di più. Io sono affascinata dal linguaggio dei corpi e del loro avvicinarsi. Mi piace raccontare delle storie nude, storie di corpi».
Storie di corpi, ma anche storie di giovani: quelli che accompagnano, come anche nel film “La bella estate”, le opere di Laura Luchetti. «Non è una scelta, è un istinto – continua la Regista – perché l’adolescenza è l’età in cui tutto è possibile perché accanto a te hai un alleato enorme che è il tuo futuro. È l’età, come diceva Pavese, che più a lungo vive dentro di te». Un film che ha una carica emotiva assurda, ricco di sentimenti e soprattutto di amore: non solo tra Ginia e Amelia, che esplode e infiamma tutta la durata della proiezione, ma ce n’è anche uno silenzioso e costante, che molto si distacca dalla visione pavesiana, quello di Ginia con suo fratello Severino. «Ho edulcorato tutte le figure maschili che nel libro vengono trattate molto severamente da Pavese – continua e conclude la Regista Laura Luchetti –. Mi interessava, inoltre, evidenziare un rapporto fratello-sorella che molto spesso non è raccontato, prendendo spunto dal rapporto che ho con mio fratello. Mi piaceva anche evidenziare che il fratello, nonostante la sua provenienza dalla campagna e tutte le altre persone di cultura della città, è il primo che capisce i sentimenti della sorella Ginia nei confronti di Amelia. Mi piace la lungimiranza contadina, la lungimiranza dell’affetto».
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