
Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è sempre più frequentato: visitatori da ogni dove, molti amanti dei treni, ma non solo, affollano gli spazi suggestivi del sito affacciato sul mare, diventato anche location per eventi esclusivi. Era il 1840 quando il re Ferdinando II di Borbone fondò il Reale opificio meccanico e pirotecnico di Pietrarsa, che di lì a poco divenne la più grande industria del Regno delle Due Sicilie e restò una delle più importanti dopo l’Unità d’Italia. Solo un anno prima, nel 1839, era stata inaugurata la prima ferrovia della penisola, che costeggiava proprio l’opificio, e collegava Napoli a Granatello di Portici.
Il volume “Pietrarsa da officina a museo ferroviario”, curato da Stefano Maggi, edito dalla Fondazione FS Italiane e Rubettino, è la prima opera che raccoglie organicamente documenti, immagini e testimonianze sulla storia delle officine e, poi, del restauro che fece seguito alla chiusura delle stesse nel 1975, che le ha rese il museo ferroviario che oggi tutti conosciamo, dove, tra l’altro, possiamo ammirare 25 locomotive e circa 55 rotabili storici. Il volume, articolato in tre sezioni, ripercorre i 135 anni di storia del sito; descrive Pietrarsa com’era, Pietrarsa che diventa museo delle Ferrovie dello Stato e, infine, Pietrarsa che rinasce, grazie al recente rilancio realizzato dalla Fondazione FS, che ha dato una nuova vita e una nuova prospettiva culturale al complesso museale. Eppure, la fama di quelle officine si sparse rapidamente in tutta Europa, tantoché ricevette visite illustri, dallo zar di Russia Nicola I a papa Pio IX. Il volume, corredato da bellissime immagini, ricostruisce le vicende che caratterizzarono la vita del sito, inserendole nel contesto storico in cui esse si svilupparono. Le officine, oltre che rappresentare un pezzo di storia delle Ferrovie italiane, divennero anche oggetto del dibattito fra liberisti e protezionisti che si sviluppò nei primi anni di vita del Regno d’Italia, quando l’adozione delle basse tariffe doganali del Regno di Sardegna portò alla crisi di molte fabbriche degli Stati precedenti l’unificazione.
Fu a Pietrarsa che, il 6 agosto 1863, quattro operai persero la vita e diciassette rimasero feriti a seguito della dura repressione di uno sciopero contro i licenziamenti nelle officine, proprio a causa della fine delle politiche protezioniste che avevano caratterizzato il regno borbonico, entrando per sempre nella storia del movimento operaio e del sindacalismo italiano. Pietrarsa fu anche sperimentazione di welfare aziendale, quando nacque il Dopolavoro ferroviario. Ma Pietrarsa fu soprattutto un luogo dove la tecnologia ferroviaria trovò le sue massime espressioni.
Secondo Luigi Cantamessa, Direttore generale della Fondazione FS Italiane, «il Museo di Pietrarsa è un luogo unico in Italia e uno dei più affascinanti musei ferroviari d’Europa. Guardandolo da fuori, il complesso trasmette una grande emozione, specialmente con il sole mattutino che evidenzia la maestosa statua del re Ferdinando II di Borbone, nello scenario ineguagliabile del Golfo di Napoli». Quando le officine furono chiuse nel 1975, fu deciso di trasformarle nel Museo ferroviario nazionale, ma «non è stata un’opera facile e sono trascorsi molti anni prima che il museo potesse funzionare a pieno regime». Infatti, «partito con la prima inaugurazione nel 1989, dopo alcuni lavori di adeguamento, le sue vicende successive sono state complesse e tortuose». Nel corso del tempo, «padiglioni, tettoie e murature interne ed esterne caddero letteralmente a pezzi, a causa dei danni dovuti all’incuria, al deperimento dei materiali e agli agenti atmosferici, in particolare la salsedine e le possenti mareggiate», così come il «materiale rotabile che faceva parte della collezione museale: locomotive, carrozze, automotrici e antichi strumenti di lavoro finirono nel più totale degrado, con evidenti danni legati a processi di ossidazione in stato avanzato». Oggi «il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa è un luogo vivo, dinamico, simbolo della cultura industriale e della tecnica ferroviaria, un’eccellenza del territorio, un bene comune restituito alla collettività».
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