
La street art è sempre stata un’espressione artistica che mi ha affascinato. La sua inclinazione a manifestarsi in contesti cittadini, metropolitani e di periferia, ha contribuito a lasciarmi uno sguardo ammirato che si fonde inevitabilmente con la mia deformazione professionale, ovvero quella di associare le piccole scoperte lungo il cammino con la voglia di raccontarle. Soprattutto se, sui muri di una città, noto qualcosa che rompe gli schemi e va in contrasto con l’ambiente circostante. Di fatti, la street art detiene un suo potere simbolico, di rottura. Riesce a veicolare messaggi, esprimersi secondo un proprio stile. A tal proposito, per meglio approfondire il tema, ho parlato con Carlo Latino, in arte CL1785, un artista attivo con i suoi lavori nella provincia di Caserta.

Ho scoperto le sue opere durante una passeggiata a Vitulazio. Qui ho visto una sua rappresentazione della Santa Maria dell’Agnena, con tanto di codice QR che mi ha portato ad altri suoi lavori. Le sue opere attraversano più luoghi, dalla città alle istallazioni in spazi esclusivamente naturali. Ed è proprio dalla natura che parte la poetica della sua arte: «Ho sviluppato questa passione anche grazie alla scuola che ho scelto, il Liceo Artistico di Santa Maria Capua Vetere. Ho incontrato professori molto stimolanti, tra cui ricordo Pasquale Mancini che insegnava anatomia artistica. Ho continuato a sperimentare nel corso degli anni, fino a quando ho incontrato Giuseppe Aiezza creando M’Bosta Project, un progetto tra live painting e dj set in giro per i locali della provincia di Caserta. Grazie a questo progetto è nato il mio stile attuale: pennellate rapide e geometriche, dove subito il pubblico doveva riconoscere quello che stavi facendo. Da allora, sono nati anche i miei simboli e i miei soggetti».
Carlo ricerca nei luoghi dei Monti del Matese un’immagine che possa durare nel tempo essendo l’acqua, la montagna e il cielo non collocabile nella catena temporale. Ogni dipinto viene pensato in tre parole chiave: contaminazione, ricerca e trasformazione: «Prediligo luoghi abbandonati della provincia, come le cave. Posso trovare resti di contatti tra uomo-natura. Ad esempio, esplorando in una vecchia cava potrei trovare dei macchinari che sono serviti a mangiare la montagna, quel ferro arrugginito, il traliccio sul Matese, i fili dell’Enel… Quel contrasto così violento con la natura bellissima che ci circonda mi ha sempre affascinato. Le cave abbandonate le vedo un po’ come quelle stazioni spaziali abbandonate. I miei luoghi fanno parte della provincia e spesso le mie opere nascono tra la montagna e il mare». La ricerca consiste in un approccio diretto con il luogo – feto – che viene contaminato dalle idee umane e trasformato nella condizione ultima, l’estraneo assoluto della terra, ovvero il cosmonauta. Ecco che il feto, il corpo umano e il
cosmonauta diventano soggetti essenziali e ricorrenti nelle opere dell’artista.

Una traduzione della vita umana che nega essere figlio della natura. Ma sulla natura intrinseca della street art? La street art non “ostacolata” – ad esempio – dalle amministrazioni comunali, può far cambiare volto alla sua natura originaria di rottura degli schemi? Se c’è un’opportunità per la collettività, non c’è anche il rischio di istituzionalizzarla? «Potrebbe essere un’opportunità anche per l’artista – spiega Latino – Si può ragionare su progetti ambiziosi avendo un’istituzione alle spalle. C’è una progettazione più mirata. Se parliamo della natura della street art, la sua essenza è proprio quella di rompere all’improvviso qualcosa. Alcune mie piccole opere legate alle street art sono state realizzate di notte, in posti abbandonati, con il volto coperto, nascondendo la macchina, stando attendo ai cani o alle persone che puoi incontrare mentre stai disegnando. Insomma, rischi sempre qualcosa. Io credo che non si possa dividere in bianco o in nero. In questo caso, sono per le sfumature: se si riesce a creare qualcosa di buono anche con le amministrazioni, tutto di guadagnato. Senza scendere a compromessi. Mi faccio contaminare da tutto quello che mi circonda. Se c’è qualcosa che mi ha creato delle emozioni – e voglio metterle su tela – inizia il processo creativo, una ricerca interiore. Inizio ad analizzare le mie emozioni su quell’evento che ha suscitato qualcosa in me per sublimarle con il mio stile, i miei simboli e i miei soggetti. Utilizzo il corpo – sempre irregolare – come se fosse una tela. A me non interessa dare un’identità ai corpi, ma proiettare sul corpo tutte quelle emozioni che mi hanno attraversato».
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