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La tratta delle nuove schiave: la giustizia è in ritardo

Federica Colucci
Federica ColucciRedazione Informare
21 dicembre 20235 min di lettura

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La tratta delle nuove schiave: la giustizia è in ritardo

Indice (1)

  • 1TRATTA SCHIAVE: IL RITO JUJU 

L’art. 600 del codice penale punisce la riduzione o il mantenimento in schiavitù delle persone; l’art. 601 del codice penale punisce la tratta delle persone. Entrambi i reati sono puniti con pene severe – da otto a vent’anni – e rientrano nella competenza della Procura e del Gip distrettuale a norma dell’art. 51 comma 3 bis c.p.p. (in modo analogo ai reati di criminalità organizzata). Si tratta invero di reati gravi e di particolare complessità, la cui commissione presuppone l’esistenza di una base radicata in Italia con collegamenti nei paesi di origine delle vittime di tratta e nei paesi dai quali le medesime partono per raggiungere le coste italiane.  

I dati del Ministero dell’Interno e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) evidenziano due rotte principali della tratta di esseri umani. Quella del Mediterraneo centrale, che attiene vittime di tratta provenienti dai paesi africani, in primis Nigeria, ma anche Mali, Costa D’ Avorio e Camerun. La seconda che proviene dall’ Europa dell’Est e che a seguito del conflitto Russa -Ucraina, ha fatto registrare un significativo incremento del fenomeno. Nel territorio campano prevale la tratta di persone provenienti dai paesi africani; in tal senso fino al 2018 si sono registrati numerosissimi sbarchi di donne di origine nigeriana, con una forte concentrazione nel Comune di Castelvolturno. 

Eppure i procedimenti pendenti presso la Procura Dda di Napoli ed il GIP distrettuale di Napoli, (competenti ex art. 51, comma 3 bis c.p.p.) sono in numero esiguo rispetto al fenomeno reale della tratta di esseri umani.  

Perché? Le ragioni sono molteplici. Il primo problema attiene l’individuazione delle vittime. Numerose sono le associazioni che, al momento degli sbarchi, contattano le donne per chiedere loro come sono arrivate, quale è la loro destinazione, se hanno contratto debiti con qualcuno per il viaggio, se sono libere o sottoposte a chi le ha portate in Italia, esponendo loro i rischi che corrono al loro arrivo. Ma spessissimo sono proprio le vittime di tratta a mentire sulla loro condizione. Per il timore di ritorsioni verso le loro famiglie rimaste nei paesi di origine (che talvolta vendono una delle figlie per mantenere gli altri), per l’obbligo assunto di ripagare il debito contratto con chi ha pagato loro il viaggio, perché credono in chi ha promesso loro una vita diversa. Tale reticenza si manifesta ancor di più nei casi di controlli delle forze dell’ordine. 

Il secondo problema riguarda il timore che le vittime di tratta, anche una volta individuate, hanno di collaborare con le forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria. Esse temono che non vi sia una prospettiva di vita per loro fuori dal contesto che le ha condotte in Italia; e ciò sia sotto il profilo della sicurezza personale che della autonomia economica. Inoltre, sotto il profilo processuale, l’ordinamento italiano non prevede, a differenza di altri ordinamenti europei, una causa di non punibilità delle vittime di tratta per i reati commessi. Invero, i procedimenti penali aventi ad oggetto i reati di cui agli artt. 600 e 601 c.p. dimostrano come spesso il ruolo, centrale nello sfruttamento sessuale delle vittime di tratta, è ricoperto da una “maman” che altro non è che una vittima di tratta che negli anni ha elevato il suo livello nella struttura criminale, assumendo il ruolo di sfruttare le nuove arrivate. L’assenza di una causa di non punibilità e la difficoltà di dimostrare la sussistenza di tutti gli elementi della causa di giustificazione dello stato di necessità previsto dall’art. 54 del codice penale non agevolano la collaborazione delle vittime di tratta con gli organi inquirenti.  

TRATTA SCHIAVE: IL RITO JUJU 

Con specifico riferimento alla tratta delle donne di origine africana, ed in specie nigeriana, che è poi il fenomeno più diffuso nella realtà campana, emerge un ulteriore profilo problematico: il timore del rito juju. Si tratta di rito tradizionale praticato da un sacerdote che nel caso specifico delle vittime di tratta le obbliga ad obbedire alla “maman” ed a ripagare il debito contratto per il viaggio. Il valore religioso di tale giuramento è fortissimo; assicura la reticenza delle vittime di tratta e rafforza nelle stesse la paura delle conseguenze della violazione del giuramento medesimo. Invero i nigeriani sono molto spirituali; basti pensare che il 9.3.2018 l’Oba, re e capo religioso nigeriano, al fine di porre fine alla tratta delle sue connazionali, ha maledetto con un editto gli sfruttatori della tratta sessuale, liberando le vittime dai loro giuramenti. Ciò ha avuto un impatto fortissimo sul fenomeno della tratta dalla Nigeria. Alcune “maman” hanno cacciato di casa le ragazze che sfruttavano sessualmente per paura della maledizione. Gli sbarchi di donne provenienti dalla Nigeria si sono drasticamente ridotti: secondo i dati del Viminale dal 2014 al 2017 sono sbarcate in Italia 23.521 donne nigeriane, dal 2018 il numero registrato è sceso a 662.  

Dunque questo editto ha avuto un peso determinante nella scomparsa dalle strade di Castelvolturno di donne di origine nigeriana, fermo restando che in tale fenomeno un peso concorrente lo ha assunto la apertura delle “connection house” dove oggi le stesse sono concentrate. 

Resta fermo un dato. La tratta di persone è mossa da interessi economici; le vittime di tratta sono destinate in parte allo sfruttamento lavorativo, talvolta al traffico di organi, ma non vi è dubbio che la maggior parte di esse sono destinate allo sfruttamento sessuale. Uno sfruttamento che comporta abusi e violenze fisiche e psicologiche estremamente gravi e dalle conseguenze durature. Una prestazione sessuale pagata 10 euro ha costi umani e sociali incalcolabili.  Forse per combattere il fenomeno della tratta di esseri umani oltre ai controlli ed alla repressione è necessaria un’attività di prevenzione; in tal senso il Piano Nazionale Anti Tratta prevede, tra le varie linee di intervento, attività di comunicazione e sensibilizzazione nelle scuole e nelle università affinché i giovani acquisiscano maggiore consapevolezza sulla condizione delle vittime su cosa significhi, in molti casi, acquistare una prestazione sessuale a pagamento. 

Tags
  • #antimafia
  • #rito juju
  • #schiave
  • #tratta
Federica Colucci
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