
Nella notte dell’11 luglio, come già riportato da innumerevoli articoli (come anche questo sul nostro giornale), si è consumato il rogo della “Venere di stracci”, installazione dell’artista Michelangelo Pistoletto esposta in Piazza Municipio da alcuni giorni.
In giornata varie personalità cittadine e non hanno commentato l’evento: chi limitandosi a parlare della ricostruzione dell’opera, chi attaccando l’educazione e la civiltà del popolo napoletano.
Il commento più forte è stato, però, quello dell’autore che, riferendosi all’incendio, ha dichiarato categoricamente: “La società stracciona ha preso il sopravvento” e “Questo rappresenta un’autocombustione del lato peggiore dell’Umanità”.
Questa serie di citazioni, ovviamente, non avrebbe grande rilevanza se non fosse che il concorso di altri eventi ha dato loro sfumature radicalmente diverse.
Nel corso della giornata, le Forze dell’Ordine hanno individuato l’autore del rogo in un giovane clochard napoletano; l’associazione con “stracciona” e “parte peggiore dell’Umanità” è stata istantanea.
Nel corso del Novecento, con il passaggio dall’arte tradizionale all’arte moderna, il valore di un’opera è passato dalla capacità di rappresentare espressamente qualcosa o qualcuno alla capacità di veicolare un significato. Talvolta senza neanche l’obiettivo di compiacere il gusto estetico di chi guarda, l’artista esprime, attraverso il suo lavoro, una serie di elementi politici, culturali e di altra natura.
E allora, inserendosi in questo nuovo paradigma artistico, in cui lo stesso Pistoletto si è posto rispetto ai commenti di alcuni cittadini riguardo la sua “montagn e’monnezz”, si può affermare una pericolosa verità.
Anche il rogo è un atto artistico.
È un atto artistico perché, dalle fiamme che hanno rapidamente dissolto l’istallazione si liberano, brillanti come le scintille nella notte tante delle contraddizioni che la città sta vivendo in questo periodo di boom turistico e gentrificazione.
In un semplice gesto possiamo vedere rappresentata la massa di Umanità “stracciona” che vive ormai stabilmente sotto i monumenti visitati da milioni di turisti.
Possiamo vedere l’altro volto di una città in pieno boom per pochissimi e sempre difficilissima per tutti gli altri.
Possiamo vedere lo sdegno di una città dove l’amministrazione si limita a passerelle culturali invece di affrontare il problema del caro affitti che soffoca i napoletani o quello del precario trasporto pubblico (per altro inducendo i cittadini ad osteggiare le opere oggetto di tali vane attenzioni amministrative).
E forse l’aspetto più cinico, ma necessario per ottenere un cambiamento: si dice che Napoli unisca degrado e bellezza, ma se tanti sono condannati a vedere per tutta la vita solo il primo forse anche la minoranza che gode solo della bellezza andrebbe gettata nelle stesse condizioni.
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