
Dopo l’ultimo successo Rai sulla storia della prima donna direttrice di un museo e combattente contro il regime fascista, “Fernanda”, anche su Netflix approda la storia di un’altra donna dal forte temperamento: Lidia Poët, prima donna ad entrare nell’Ordine degli Avvocati in Italia.
Immaginate la storia biografica di una donna che, in un’epoca come il diciannovesimo secolo, cerca di farsi spazio in quello che come direbbe James Brown, era un men’s world, scegliendo di perseguire una carriera nel mondo dell’avvocatura. A questo aggiungeteci quella trama e quegli intrecci tipici di un giallo alla Sherlock Holmes che ti tengono incollati allo schermo fino a quando l’identità del colpevole non si palesa.
Cosa potrebbe migliorare il tutto? La presenza in una sola serie di due dei volti giovani più promettenti degli ultimi anni che grazie al loro talento, hanno conquistato già molti successi (non solo in Italia).
Ad interpretare la protagonista di questa serie, Lidia Poët è infatti Matilda De Angelis, che dopo essersi fatta conoscere dal pubblico accanto a Stefano Accorsi in “Veloce come il Vento”, ha iniziato una vera e propria ascesa professionale conquistando anche l’America al fianco di Nicole Kidman e Hugh Grant in “The Undoing”.
E accanto a lei, altro protagonista della serie è il giovanissimo discendente dell’omonimo Eduardo Scarpetta, che interpreta un irriverente e misterioso giornalista la cui vita e carriera, si intrecceranno con quelle della giovane Lidia.
Ecco, ora sveliamo l’arcano e raccontiamo chi si cela dietro questa serie. Sì, perché Lidia Poët non solo si basa su una storia vera, ma soprattutto sulla storia di una donna che la storia, l’ha fatta.
Lidia Poët, nata a Perrero nel 1855 è stata infatti la prima donna a entrare nell’Ordine degli Avvocati nel nostro Paese.
Si laureò in giurisprudenza a 26 anni con una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne. Dopo il praticantato e l’esame di abilitazione, chiese l’iscrizione all’Ordine degli Avvocati e Procuratori di Torino.
Una carriera che sicuramente non fu facile. Se inizialmente infatti ottenne questo risultato grazie alle parole favorevoli di chi affermò che, «a norma delle leggi civili italiane le donne sono cittadini come gli uomini», poco dopo, la Corte di Appello accolse la richiesta del procuratore generale circa la sua cancellazione dall’albo. Decisione confermata anche dopo il ricorso fatto da Lidia e giustificata con la seguente affermazione: «La donna non può esercitare l’avvocatura».
Nella sentenza si giustificava il rigetto con parole come «nello strepitio dei pubblici giudizi, magari discutendo di argomenti imbarazzanti per “fanciulle oneste […] o che indossassero la toga sui loro abiti, ritenuti tipicamente “strani e bizzarri” o perché avrebbero potuto indurre i giudici a favorire una “avvocata leggiadra».
Non potendo dunque esercitare la sua professione, Lidia scelse di farlo per “vie traverse”, aiutando il fratello (avvocato) Giovanni Enrico nei suoi casi. Per (ri)entrare nell’ordine, Lidia dovrà infatti aspettare solo la fine del conflitto mondiale con cui si autorizzarono le donne a entrare nei pubblici uffici.
Solo 1920 infatti, la sessantacinquenne Lidia Poët, entrò nell’Ordine, diventando (ora ufficialmente) la prima avvocata d’Italia.
Attenzione, raccontare storie simili non vuole certo strizzare l’occhio alle finte femministe che gridano al “potere alle donne”, anzi. Storie come quelle di Fernanda e Lidia sono esempi di femminismo in quello che è il senso tecnico del termine, femminismo inteso come “il movimento diretto a conquistare per la donna la parità dei diritti nei rapporti civili, economici, giuridici, politici e sociali rispetto all’uomo”, la parola chiave è parità.
Se non fosse stato per Lidia, chissà quanto avremmo dovuto aspettare per vedere donne indossare una toga in tribunale.
Porre l’accento su donne che spesso vengono “ignorate” da quella che potremmo definire cultura generale, è importante perchè ci mostra la forza, la determinazione di donne che ci hanno aperto la strada verso la lotta per una parità di genere.
Certo, guardando a quei tempi non possiamo che riconoscere i grossi passi avanti che ha fatto la società, eppure la speranza è che, anche attraverso il racconto delle lotte condotte dalle eroine del passato, non dimentichiamo per nessuna ragione al mondo che se la strada che oggi ci sembra ormai dritta, lo è perchè qualcuno, prima di noi, ha affrontato la salita.
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