
Quando Gino Cecchettin denunciò la scomparsa di sua figlia Giulia l’Italia intera seguì, con il fiato sospeso, le indagini, per poi scagliarsi veementemente con il suo carnefice. Giulia era la vittima d’Italia, l’emblema delle donne vittime di femminicidio. Filippo, il suo assassino, il maldestro macellaio che non ti aspetti. Ma non è sempre così. Spesso, nell’opinione mediatica e sociale, la vittima – che sia di femminicidio o di violenza domestica o sessuale – non è poi così vittima e il carnefice non è poi così carnefice e, nel perdersi tra mille sfumature di grigio, la vittima subisce una seconda violenza. Si parla, in proposito, di vittimizzazione secondaria.
La vittimizzazione secondaria non si verifica come diretta conseguenza dell’atto criminale ma attraverso la risposta che le istituzioni e gli individui danno alla vittima. Di fatto, è come se diventassero carnefici proprio coloro cui la vittima si è rivolta per avere sostegno o giustizia.
Perché questo accade? Ce lo spiega Benedetta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta di Spazio Donna. «C’è una vittima che ci piace, che sta nei canoni di ciò che riteniamo degno di essere difeso. Ci sono degli elementi in Giulia che hanno colpito la popolazione rendendo la percezione dell’imprevedibilità e dell’ingiustizia del mondo non mascherabile». Il primo è il grado di istruzione della vittima e dell’autore del reato. «Si tende a colpevolizzare la vittima quando questa appartiene a categorie sociali medio-basse, a gruppi etnici che sono discriminati, ad orientamenti sessuali ritenuti riprovevoli, ad una famiglia non particolarmente acculturata o di livello socioeconomico non particolarmente elevato. Giulia era una ragazza che si stava per laureare e lo stesso Filippo era un laureando».
Un secondo aspetto rilevante è il modo in cui la vittima si pone e si veste. «Giulia era una ragazza giovane, sempre acqua e sapone, gentile, che non aveva avuto tante relazioni, con dei sogni. Questo ha reso Giulia la vittima perfetta, quella che suscita la nostra empatia, che ci costringe a fare i conti con il fatto che le cose brutte capitano anche alle brave persone e questo è stato emotivamente devastante. Non è stato così in molte altre circostanze, quando la vittima si vestiva in modo succinto, aveva avuto più relazioni, voleva rifarsi una vita con un’altra persona».
Ancora, rileva il modo in cui la vittima reagisce all’abuso, sia quando lo subisce che quando lo racconta e chiede giustizia. «Ci piace la vittima che mostri la violenza subita immediatamente a tutti, senza veli, che urla in modo che la sentano tutti quelli dei palazzi vicini, che si divincola come nei film». Ma questo non sempre accade. «Molto spesso la vittima ricorre a degli strumenti di difesa della propria integrità psichica che la portano ad alienarsi dall’esperienza dolorosa, a negare o a non dare importanza a ciò che è accaduto: per un certo tempo la vittima si anestetizza internamente per poter sopravvivere. Quando si riesce a guardare in faccia quello che è accaduto arrivano la rabbia, il dolore e il bisogno di giustizia. Allora dopo mesi o anni si denuncia il fatto. Invece, ci aspettiamo che si denunci subito. Altrimenti ci si chiede se non sia una vendetta contro l’accusato, un modo per spillare dei soldi».
L’eventualità di subire forme di vittimizzazione secondaria scoraggia le donne dal denunciare. «Se io ho paura di sentirmi dire che me la sono cercata non denuncio. La vittima deve fare i conti con la paura non solo di rivivere nuovamente tutto, dovendo raccontare a più persone e a più contesti quanto le è accaduto, ma anche di essere ulteriormente stuprata dagli sguardi, dalle parole di derisione, di biasimo e di sospetto che esprimeranno le persone che la ascolteranno e che leggeranno la sua storia». La sottovalutazione sistematica di ciò che le donne dicono – o, talvolta, non dicono – può portare ad esiti tragici. «Si pensi all’uccisione di Vanessa Bellan, accoltellata dal suo stalker: l’accusa di stalking è stata sottovalutata clamorosamente e non si è valutato il livello di pericolosità». Sarà vano, forse, ma va ripetuto che la cultura dello stupro deve essere annientata e la violenza riconosciuta per quello che è. Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, non minimizzare, non scambiare l’abuso per un banale conflitto, riconoscere che la violenza è opera di chi la esercita, non di chi la subisce.
di Edna Borrata e Ilaria Ainora
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