
La vittimizzazione secondaria si realizza con molteplici modalità e in sedi diverse, tra cui quella processuale. Esaminiamo il tema con la psicologa e psicoterapeuta di Spazio Donna, Benedetta Rizzi.
Durante l’interrogatorio la vittima di violenza domestica è chiamata a rivivere la violenza subita. «Innanzitutto, capita che la vittima venga esaminata numerose volte da molte persone e spesso da molte persone contemporaneamente. Questo fa sì che la vittima riviva ripetutamente le esperienze subite, generalmente esperienze traumatiche. Peraltro, a ciò consegue un’amplificazione degli stati d’animo, di vergogna, paura, di frustrazione, di rabbia, di terrore, di impotenza».
La modalità di conduzione dell’ascolto e della raccolta dell’informazione della testimonianza hanno la loro incidenza. «Spesso ciò che la vittima racconta viene messo in dubbio. Vengono indagati altri aspetti della vita privata: il suo stile di vita, la sua moralità, la sua religione, le relazioni precedenti, il suo stile di abbigliamento, le sue abitudini. Vengono letti i suoi messaggi, le sue chat, vengono guardati i suoi profili social. Tutto questo contribuisce a far percepire alla vittima un clima di giudizio negativo nei suoi confronti, di scarsa credibilità data alla sua parola».
Ciò ha delle ripercussioni negative sulla vittima. «L’idea che si trasmette è che è più importante la moralità della persona offesa rispetto alla scelta del carnefice di agirle violenza. Tendiamo a dimenticare che agire violenza è una scelta e che nulla di ciò che la vittima fa può giustificare quella azione». Si pensi al commento, giunto all’attenzione dei media: “Se non ti ubriachi, il lupo lo eviti”.
«Fa parte della cultura dello stupro questa idea che se la ragazza si ubriaca sono cavoli suoi, perché lei sa che ubriacandosi si espone al rischio di essere stuprata. Come a dire che non è la normalità che se mi ubriaco nessuno cerca di approfittarsi di me, perché sa di dovermi rispetto a prescindere dal mio stato di lucidità psichica o mentale».
In sede processuale la vittima può entrare in contatto con l’autore del reato, ulteriore momento di confronto che riporta alla memoria la violenza. «Per quanto possa essere giusto che l’accusato abbia modo di confrontarsi con l’accusatore, l’incontro con il presunto autore del reato spesso mette la vittima in enorme difficoltà, soprattutto quando c’è un legame di tipo sentimentale. La presenza dell’autore del delitto può spingere la vittima a ritrattare, a negare, a minimizzare quanto accaduto. Ciò perché l’altra persona, anche indirettamente con la sua presenza, esercita ancora un potere e un controllo su di lei».
Anche la durata del procedimento penale è fonte di vittimizzazione secondaria. «Un processo che dura anni causa nella persona offesa un senso di abbandono e frustrazioni enormi che ricadono sulla sua stabilità psicologica ed emotiva. Peraltro, la vittima è costretta a ritrovarsi dopo tempo, nel quale ha cercato di sollevarsi dal baratro che l’ha devastata, a ripercorrere tutto quanto le è accaduto».
C’è, comunque, il segno di un cambiamento in positivo. «Sono sempre di più i luoghi delle sedi delle forze dell’ordine o del tribunale intimi, rispettosi della privacy, che consentono un ascolto della vittima di modo che sia a suo agio». Ma si può fare ancora molto. Un ruolo importante può essere svolto dai CAV. «Dovrebbe essere consentito sempre all’operatrice del CAV di essere presente nel momento in cui viene ascoltata per far percepire alla donna che c’è uno sguardo pulito in quella stanza con lei che può cogliere delle modalità dettate da una cattiva gestione della situazione da parte dell’istituzione. È necessario, inoltre, che tutti quelli che lavorano con le vittime di violenza partano da se stessi, cercando di fare attenzione alle convinzioni personali, ai pregiudizi, agli stereotipi che portano dentro di sé».
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