
“Le parole di Spoon River”, ideato da Gianrenzo Orbassano, debutta all’Henna Teatro di Santa Maria Capua Vetere
Debutta il 15 marzo all’Henna Teatro di Santa Maria Capua Vetere “Le parole di Spoon River”, ideato da Gianrenzo Orbassano. Sul palco con lui Eugenio Suppa, mentre la regia è firmata da Louis Altarelli. Un progetto che riporta al centro il rapporto tra spettacolo dal vivo e nuove generazioni. Questo lavoro nasce da una necessità, maturata lungo un percorso di ricerca e curiosità. Orbassano sceglie, infatti, di confrontarsi con l’“Antologia di Spoon River”, scritta dall’autore americano Edgar Lee Masters tra il 1914 e il 1915. Si tratta, quindi, di una raccolta di poesie che ha radici nel passato ma che, nonostante ciò, non ha mai smesso di parlare al mondo contemporaneo. Non è un caso, infatti, che anche Fabrizio De André, nel suo album “Non al denaro, non all’amore né al cielo” abbia deciso di rielaborare nove delle 244 poesie (incluso il componimento introduttivo, “La collina”) contenute nella raccolta.
Edgar Lee Masters scrisse la sua Antologia in un periodo di profonde trasformazioni sociali e di diffuso senso di precarietà e fragilità umana. Nulla di così diverso dal nostro incerto presente. Seppur in un contesto storico differente, i personaggi di Spoon River sono la prova che alcune tematiche, a cui oggi siamo particolarmente sensibili, rappresentano un leitmotiv dell’umanità.
All’interno della raccolta si viaggia tra l’ipocrisia della società, i sogni infranti, la solitudine, l’amore e il suo tradimento, la critica al successo, la derisione. Quest’ultima è proprio ciò che si trova a subire uno dei personaggi che più ho amato durante il mio cammino su questa collina, Minerva Jones, giovane poetessa derisa e isolata per la sua diversità.
«Sono Minerva, la poetessa del villaggio, fischiata, schernita dai villanzoni della strada per il mio corpo goffo, l’occhio guercio, e il passo largo […]»
In un mondo che ci vuole perfetti, in cui apparire prevale sull’essere e, soprattutto, sul saper fare, Minerva è la voce di chi viene additato ed etichettato come strambo, inappropriato, diverso. Minerva è la voce di chi dedica se stesso a un mondo interiore. Un mondo che resta invisibile a chi evita gli abissi e preferisce restare semplicemente a galla. Un mondo che, per chi vive solo in superficie, appare privo di valore tanto da poter essere maltrattato e abusato. Tanto da poter addirittura morire. Eppure, anche dopo la sua morte, la poetessa non rinnega il frutto della sua profondità.
« […] Vorrà qualcuno recarsi al giornale e raccogliere i versi che scrissi? – Ero tanto assetata d’amore! Ero tanto affamata di vita!»
Attraverso Minerva emergono i desideri di chi vuole andare oltre. Di chi vuole parlare della vita e non solo subirla. Di chi sa riconoscere la crudeltà e l’ingiustizia di cui la nostra realtà è permeata e, nonostante ciò, sceglie consapevolmente di non incattivirsi ma, anzi, di coltivare la speranza.
Minerva diventa il simbolo di una nuova generazione. La poetessa, che ci parla dalle pagine di Spoon River, sarebbe oggi un giovane come lo è Gianrenzo. Un giovane con profondi abissi, pieno di curiosità e speranza. Un giovane che sente il bisogno di dire e lo fa con coscienza e ponderatezza. Un giovane che, anche se i fogli gli tremano tra le mani, non si ferma. Che ha paura, ma non resta immobile. Questo debutto restituisce un po’ di luce a un panorama artistico spesso percepito come distante dalle nuove generazioni. Ma è anche il segno di qualcosa di più urgente. Oggi non abbiamo bisogno di perfezione, tecnicismi o effetti speciali. Abbiamo bisogno di tornare a sentire, anche nella semplicità o, sarebbe meglio dire soprattutto nella semplicità.
L’appuntamento è il 15 marzo all’Henna Teatro di Santa Maria Capua Vetere per ascoltare davvero
di Daniela Quaranta
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