
È il 2009 quando in piena periferia ad est di Roma sorge il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz. Autonomo, autorganizzato ed essenzialmente illegale, il MAAM era nato come una battaglia per il diritto all’abitare di tutti. Il progetto è un museo abitabile, contenente le opere di più di 800 artisti dal calibro internazionale, diventato un esempio di connivenza tra arte e vita. Sotto la curatela del prof. Giorgio de Finis, oggi il MAAM è stato riconosciuto dall’amministrazione romana come parte del circuito museale. A breve, il progetto ideato da de Finis si trasformerà in “RIF – Museo delle Periferie”, un dispositivo che affida agli artisti il compito di mettere insieme pezzi della città che solitamente non si incontrano. Non solo: qui saranno realizzati 100 appartamenti popolari, di cui sessanta destinati agli attuali occupanti. In un dialogo con de Finis, antropologo, artista e curatore, quest’ultimo ha voluto accendere l’attenzione della capitale sul rapporto tra arte contemporanea e periferie.
«Tutta l’arte interessante ha a che fare con la periferia: è lì che troviamo le urgenze della nostra epoca, la linfa vitale che i centri storici non hanno più, ridotti a quinte scenografiche per il turismo di massa. Ma l’arte in periferia non va ridotta a moltiplicazione infinita di decoro urbano, legata alla falsa idea che si stia rigenerando la periferia con uno strato di colore. Le periferie meritano tutte le forme di arte».
Ed è proprio per stimolare la crescita economica che le amministrazioni stanno considerando l’arte urbana come strumento per ravvivare questi luoghi. Tuttavia, secondo de Finis, la presenza dell’arte in periferia, da sola, non basta.
«Le periferie hanno bisogno di tutto: lavoro, servizi, strade. La questione è che sono considerate dei luoghi abbandonati al loro destino, meno belli, meno interessanti per le amministrazioni. Ma appena smette l’abbandono, riparte la logica estrattiva che si applica alla città».
Questo processo di diffusione a macchia d’olio della finanza globale e dei circuiti turistici internazionali, secondo l’antropologo, rende le città, soprattutto le periferie, luoghi di sfruttamento economico rispetto a quelli genuinamente abitati. Così, qualsiasi intervento di miglioramento nei luoghi urbani «rischia di comportare un automatico innalzamento dei prezzi nei quartieri» e la conseguente esclusione degli abitanti. Secondo de Finis, il paradosso è che «la rigenerazione urbana che non si trasforma in gentrificazione è quella che si fa nei comparti di edilizia pubblica e negli spazi occupati». Come il MAAM, per l’appunto, sorto dall’occupazione dell’ex stabilimento del salumificio Fiorucci in via Prenestina 913.
«Artisti e professionisti artistici fanno bene alla comunità in una dinamica di città sana, cioè che difende le persone fisiche rispetto a fenomeni internazionali, privilegiando l’attrattività della città e dei capitali. Spesso, le cose creative vengono utilizzate per rendere creativi i luoghi, cioè renderli attraenti invece che spazi pubblici».
«Le nostre città sono diventate sempre più faticose, esclusive, espulsive. Le persone che lavorano qui sono costrette a vivere fuori città a causa dei prezzi proibitivi delle case e del costo della vita. Noi, gli umani urbani, rischiamo di allontanarci sempre più dalla città o rischiamo di non avere più casa. Possiamo iniziare a concepire una città vuota che funziona lo stesso: questo è un paradosso che dovrebbe farci riflettere in termini politici».
Rispetto al “Museo delle Periferie”, de Finis è fiducioso: «Non pensavamo che la città potesse darci lo spazio, forse solo l’arte ha potuto consentire questa collaborazione tra municipalità, DIGOS e artisti. Sarà più un museo condominiale che abitato, ma lo ritengo comunque una vittoria». Ma la battaglia per l’abitare non è finita.
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