
Le mani sugli occhi, sulle orecchie e poi sulla bocca. «È un mondo di dormienti», un mondo fatto di soggetti che lasciano scorrere gli eventi senza la forza di recepire un messaggio. Un mondo che gira la faccia, senza il coraggio di contrastare e di agire per cambiare. È un mondo talvolta anche tanto bravo a lamentarsi, ma meno attento nel riconoscersi responsabilità. Ma, per fortuna, è un mondo fatto anche di eccezioni; di chi apre la porta ed urla; di chi fa rumore per farsi sentire. E c’è chi lo fa con i colori forti della terra che racconta ed un numero, un simbolo. Un numero che appartiene alla vita di ogni singola persona e che, nel senso più letterale possibile, la riporta a casa. La conduce per mano attraverso le strade fino a quel punto in cui si riconosce la destinazione corretta. Un numero civico, banalmente, che nelle opere di Gaetano Porcasi, però, diventa elemento chiave. È la sua firma.
Ma c’è di più. Alle spalle di un aspetto meramente estetico, che non cristallizza mai il fine ultimo del desiderio artistico, si erge la volontà lampante di lasciare un messaggio. È l’essenza della pittura di impegno civile. È il desiderio che si fa necessità di tramandare, animare, svegliare le coscienze. È la pittura che si fa risposta all’omertà. A chi si copre gli occhi, a chi si tappa la bocca, a chi fa finta di non sentire. A quelle persone rispondono gli occhi di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone. Il volto di Giancarlo Siani e di Peppino Impastato. Le divise dei carabinieri che hanno perso la vita. L’immagine delle vittime innocenti di mafia. Nel contesto di una mafia sanguinosa e dunque della stagione delle bombe degli anni ’90, si inserisce l’arte di denuncia, racconto e impegno civile di Gaetano Porcasi.
«Oggi è più semplice fare un quadro di Falcone o Borsellino, la definisco quasi retorica rispetto a quando abbiamo iniziato noi. Negli anni ’90 la mafia era attiva in modo violento, erano periodi tristi ed estremamente pericolosi. In quegli anni mi prendevano per pazzo quando dipingevo le facce dei mafiosi e raccontavo pezzi della storia contemporanea. L’obiettivo mio, e di chi come me si addentrava nella pittura di impegno civile, è sempre stato quello di svegliare le coscienze. A volte fa rabbia rendersi conto che il mondo è formato per la maggior parte da soggetti dormienti: ti senti incapace di far arrivare un messaggio. Ma l’impegno civile è un qualcosa che senti dentro, è una missione e quindi non ho mai pensato di smettere». Dormienti, silenti, proprio come racconta un quadro stesso di Gaetano: si apre il sipario e nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla. «Io insegno al liceo scientifico da tanti anni e posso dire che le attività di sensibilizzazione all’antimafia portate avanti dallo Stato sono mera retorica. Quando parlo di educazione civica, pur non essendo la mia materia, i ragazzi restano affascinati, perché scoprono parti della storia che non gli vengono insegnate. Questo ti fa capire il termometro della cultura e del sapere: ancora oggi nel 2024 c’è grande ignoranza su queste tematiche, perché la storia contemporanea non si studia. Le generazioni che escono dalla scuola, escono senza una grande sensibilità al tema».
«Quando ho iniziato negli anni ’90, quasi nessuno mi avvicinava. Mi vedevano come un extraterrestre, ero pericoloso per loro. Mi dicevano: “stai attento che Peppino Impastato ha iniziato così e potresti fare una brutta fine”. Sentirsi dire queste cose non era facile, lo dicevano anche ai miei genitori. Mi facevano sentire come una persona che andava verso la direzione sbagliata, mentre quella giusta era la via dell’omertà. Io però volevo fare qualcosa. Razionalmente non so spiegarlo, ma penso che ognuno di noi abbia uno scopo preciso nella vita e questa è la mia missione». Gaetano Porcasi ha creduto nella sua missione, senza tirarsi indietro e, anzi, osservando negli anni l’evoluzione stessa dell’ambiente e della mafia. «Quello che 20-25 anni fa mi sembrava irraggiungibile, è diventato quasi normale. Oggi la mafia non è più sanguinosa come un tempo, ma agisce isolandoti ed oscurandoti. Hanno cercato di denigrare questa pittura: ti denigrano per fare in modo che tu non sia più credibile. È come una palude: ti muovi e devi cercare di non affondare».
In un quadro specifico Gaetano Porcasi offre un’immagine atipica, diversa dalle rappresentazioni classiche, di Paolo Borsellino. Il magistrato sorride, contornato da note musicali, colori e bambini. «Salvatore Borsellino una volta mi chiese un quadro in cui il fratello sorrideva: aveva il ricordo della sua espressione facciale in quei momenti. Questo mi fece riflettere tanto, perché io tendevo a raccontare sempre un Borsellino triste. Così mi resi conto che c’era necessità di questo quadro. Oggi quel Paolo Borsellino sorridente accoglie migliaia di studenti che si recano in visita alla casa del magistrato a Palermo. Salvatore stesso mi dice che quel quadro è diventato un elemento imprescindibile della casa».
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