
Fin dalla notte dei tempi l’uomo ha sentito la necessità di creare propri mondi, proprie dimensioni, tramite l’arte plastica, la scultura, la pittura. Il popolo napoletano non è da meno e in occasione del periodo in cui per tutti sognare è lecito, quello natalizio, è tradizione per la gente della capitale partenopea creare il proprio presepe, il proprio mondo.
Una cultura, quella presepiale, che affonda le proprie radici in un passato lontano, pagano, e che storicamente ha, o forse dovremmo direha avuto,una collocazione ben precisa in un decumano della città: via San Gregorio Armeno.
La tradizione dell’arte presepiale di San Gregorio Armeno ha origini, come la maggior parte della cultura partenopea, del tutto pagane. Su questa strada, infatti, era situato il tempio della Dea Cerere, la dea romana protettrice della fertilità e del raccolto, verso la quale la popolazione era solita offrire in dono, per l’auspicio di un buon raccolto, statuine in terracotta che la ritraessero. Con la diffusione della religione cristiana restò la tradizione, ma cambiarono i soggetti: dalla dea Cerere al Bambin Gesù, la Madonna e San Giuseppe. San Gregorio è stata una strada di artigiani dove ognuno poteva procurarsi il materiale necessario per costruire il proprio presepe a casa, comprando personaggi già terminati dai mastri bottegai e componenti di essi che ogni famiglia avrebbe abbellito, dandogli il proprio tocco. Qualcuno si domanderà perché io abbia finora utilizzato il passato, riferendomi alla tradizione di San Gregorio Armeno, e ciò è presto detto.
«Quanno nascette Ninno a Betlemme, era notte e pareva miezzo juorno»: queste le parole della famosa canzone di Sant’Alfonso Maria de’Liguori con cui ha inizio il documentario “Il Natale napoletano” di Ugo Gregoretti del 1983. Un contributo audiovisivo unico nel suo genere che racconta, a 3 anni dal terremoto dell’Irpinia che sconvolse la Campania e la Basilicata, come i napoletani vivessero la magia del Natale tramite tutte le tradizioni che storicamente accompagnano la festività nel capoluogo partenopeo. Fra gli intervistati, un artigiano che aveva costruito un presepe moderno, in cui veniva ritratta la violenza, il contrabbando, l’illegalità presente a Napoli in quel periodo. Il presepe come atto di denuncia, un bambinello fatto nascere nei vicoli, perché se Gesù fosse nato a Napoli, non sarebbe di certo dei quartieri alti. E poi un bottegaio che lamentava la presenza di articoli di bassa qualità e la commercializzazione estrema di San Gregorio Armeno.
Ebbene, tutto questo preambolo è stato necessario, perché noi a san Gregorio siamo tornati, e parlando con i pochi bottegai rimasti, la situazione pare essersi aggravata ancora di più. «La qualità si è estremamente abbassata, San Gregorio Armeno non è più quella di una volta, ormai questi sono diventati negozi di souvenir, macchine per turisti» ci dice Mauro, un commerciante non napoletano, ma adottato dalla città, mentre ci mostra le grotte che circondano le pareti della sua bottega. È interessante come le lamentele dei veri bottegai, quelli che si occupano di arte presepiale, e non necessariamente da generazioni, siano rimaste pressoché le stesse di 40 anni fa.
Eppure il problema, rispetto agli anni ‘80, sembra essere molto più evidente: l’iper turistificazione della città di Napoli non ha fatto altro che portare alla diminuzione vertiginosa della qualitàdi ciò che viene offerto dalle botteghe della zona, trasformando una tradizione secolare in una delle tante “neapolitan experience” per forestieri, una tendenza che, se non controllata, porterà inevitabilmente, o forse ha già portato,alla mutazione della città in uno specchio per le allodole priva di un’identità propria.
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