
L’avvento di internet nelle nostre viste ha permesso alla più recente generazione di scoprire ed amare gli anni ’90: l’epoca delle radio locali, delle cassette che passavano di mano in mano, del Festivalbar, della gavetta nei locali e l’epoca delle ore passate con le cuffie a riavvolgere nastri, a selezionare brani da registrare per costruire una compilation che parlasse di noi. Ed è proprio da questa stagione irripetibile che nascono i Gemelli DiVersi, portavoce di una generazione che ha saputo segnare una pagina indelebile della musica italiana. Oggi, a distanza di decenni, il mondo è cambiato radicalmente, ma ancora sono in grado di fare la voce grossa all’interno della scena musicale italiana.
Si fermano come sigilli nella roccia certe epoche, che siglano i più lucenti anni della nostra memoria. Prendono polvere certi ricordi, lasciati sul tavolo come vecchie istantanee dimenticate in mezzo a bicchieri di vino. I sorrisi nel rivedere quel vecchio giubbotto stropicciato ed i vecchi amori rinchiusi in una foto. Antichi ricordi d’anni vissuti, o forse no. Capita spesso che la mente ci giochi dei brutti scherzi e ci porti ad idealizzare e provare nostalgia per epoche che magari, per motivi anagrafici, non abbiamo mai vissuto. Ecco che ci troviamo a sfogliare album di fotografie che non abbiamo mai scattato, a immaginare tramonti che non abbiamo mai visto, cercare granelli di sabbia di un tempo mai realmente provato.
L’anemoia è la nostalgia provata per un’esperienza, un luogo, una persona, un tempo o una situazione mai conosciuta durante la propria vita. Coniato dal neologista americano John Koenig è formato dai termini del greco antico ἄνεμος (ánemos, “vento”) + νόος (nóos, “mente”), riferendosi ad un forte vento “capace di piegare gli alberi all’indietro” in modo analogo alla mente. E in questo spazio sospeso, fatto di desideri e timide ombre, le epoche assumono un fascino immortale.
Ospiti da Indiemen presso il Teatro Hype di Castelvolturno, i Gemelli DiVersi si sono raccontati ai microfoni di Magazine Informare. “Rispetto agli anni ’90 è cambiato tutto: quando abbiamo iniziato non c’era nulla di tutto quello che c’è oggi. C’era molta più gavetta, dovevi farti conoscere, proporre la tua musica. Ora è cambiato veramente tutto, che sia una evoluzione positiva o negativa non sta a noi dirlo. Ogni periodo ha la sua musica ed a noi va bene così”.

Se un tempo il successo si costruiva con fatica alla ricerca della giusta fortuna, oggi si cerca di assecondare l’algoritmo di Tiktok piuttosto che il gusto del pubblico. Per gli artisti, TikTok diventa allora simbolo della nuova era musicale: lo specchio di una società che ha completamente cambiato le modalità di fruizione dell’arte e della musica. “Secondo noi l’avvento di TikTok non ha avuto un effetto diretto sulla qualità della musica – spiegano – ad essere cambiata è la percezione che le persone hanno dell’arte e quindi della musica: TikTok ne è una naturale conseguenza. In generale negli anni la società è cambiata e ne ha risentito anche il mondo della musica che deve oggi quasi obbligatoriamente adeguarsi e piegarsi al gioco dell’ algoritmo. Per contrastare questo andamento e restare sempre in auge di fronte al fenomeno della musica usa e getta è necessario allora proporre musica di qualità. Serve buona musica e serve che questa musica che arrivi al cuore delle persone, solo così puoi sopravvivere artisticamente”.
Unica cura, rimedio e soluzione resta allora la ricerca dell’autenticità, a dispetto delle illogiche strategie usa e getta. “Se proponi soltanto tormentoni vuoti, confezionati per arrivare subito in cima alle classifiche, sopravvivi fino a quando un altro tormentone non prenderà il tuo posto. Nessuno allora si ricorderà di te e questa è la vera morte artistica per chi fa questo lavoro”.
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