
Il 27 marzo si è tenuta la prima udienza della causa che vede citati in giudizio Leonardo S.p.a., tra i maggiori produttori di armi al mondo, e lo Stato italiano, rappresentato dal governo Meloni. La causa è partita da un ricorso presentato presso il Tribunale civile di Roma dalle associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per e la Dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese, rappresentate e difese dagli avvocati Luca Saltalamacchia e Veronica Dini, affiancati dagli avvocati Michele Carducci e Antonello Ciervo. L’obiettivo di questo ricorso è chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo e le sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi alle Forze di difesa israeliane.
Per conoscere gli sviluppi del giudizio abbiamo intervistato l’avvocato Luca Saltalamacchia.
«Quando Israele ha reagito agli attacchi del 7 ottobre sin da subito era evidente, almeno per me, che si trattasse di una reazione non proporzionata e che stesse sconfinando in un genocidio. Facendo parte di gruppi di giuristi sensibili ai diritti umani che si occupano in particolare di Medio Oriente, da subito abbiamo individuato le direttrici per un genocidio.
Già dal novembre del 2023 ho iniziato a parlare con alcuni colleghi e docenti universitari e abbiamo messo in piedi questa squadra di giuristi che ha iniziato a raccogliere prove e ad occuparsi del tema anche dal punto di vista di una possibile azione legale. Abbiamo subito individuato due filoni: quello contro lo Stato che era chiaramente complice. Noi non li accusiamo, come spesso ci viene replicato, di compiere il genocidio in senso pratico, ma il supporto che viene dato a Israele – politico, economico, militare – fa sì che queste condotte da parte dello Stato entrino nella categoria del supporto a uno Stato che commette genocidio e questo supporto ha un nome tecnico che è quello della complicità.
L’altra direttrice era il continuo rifornimento di armi che le aziende italiane, Leonardo in primis, ma non solo, fornivano ad Israele».
«Leonardo probabilmente è l’azienda più grande, più famosa e anche quella che vende armi più particolari a Israele. Hanno venduto i cannoni a Israele e fanno parte di un di un consorzio (MBDA) che produce le alette delle bombe incendiarie, quelle che poi vengono direzionate precisamente nelle tendopoli. Le bombe incendiarie sono terribili: per poter fare maggior danno devono cadere in un posto specifico e per farlo sfruttano questo meccanismo ad alette. Quandovediamo sulla stampa israeliana che gli ammiragli fanno i complimenti ai cannoni OTO Melara che hanno raso al suolo Gaza Nord, quelli li produce Leonardo».
«In Italia qualunque azienda voglia esportare armi deve chiedere l’autorizzazione allo Stato. La legge 185/90 prevede proprio questo. La posizione di Leonardo come soggetto che decide di fare affari con lo Stato di Israele passa sempre anche per il vaglio dello Stato italiano. Quello che Leonardo fa in realtà è voluto e concesso dallo Stato italiano, che è anche l’azionista di maggioranza di Leonardo, che è una società privata, ma oltre il 30% delle sue azioni sono detenute dallo Stato italiano.
Abbiamo pensato che era opportuno, volendo andare a colpire l’idea che un privato faccia affari con uno Stato genocida, citare in giudizio anche lo Stato che consente questo. Basterebbe che lo Stato dicesse che queste armi ad Israele non si possono vendere».
«Stiamo andando a valutare se un contratto tra un’azienda europea che vende armi a un Paese che sta commettendo un genocidio o comunque altri crimini internazionali può essere considerato valido oppure no.
Questo è il cuore del giudizio. È una prospettiva molto tecnica che se dovesse essere accettata porterebbe all’annullamento di tutti gli atti giudiziari che Leonardo ha stipulato con lo Stato d’Israele e quindi all’impossibilità di eseguirli.
Il fine è quello di provare a bloccare l’esportazione delle armi verso un Paese criminale come Israele».
«Nel nostro ordinamento esistono diverse norme che parlano della nullità, ma ce n’è una in particolare che dice che in generale tutti i tipi di contratti non possono essere contrari a norme imperative. È scritto nel nostro codice civile.
Ci sono delle norme imperative che proibirebbero questi contratti, ne abbiamo trovate tantissime.
A cominciare dalle norme internazionali, un esempio è l’Arms Trade Treaty (ATT), il trattato sull’esportazione delle armi voluto dalle Nazioni Unite nel 2013 che proibisce la vendita di armi a Paesi che sono accusati di aver violato sistematicamente i diritti umani e Israele è uno di questi.
Poi ci sono norme europee che puntano a escludere che un’azienda europea possa vendere armi a un Paese che le utilizza per attaccare i civili, a prescindere se l’Europa abbia sanzionato o meno quel paese.
Poi c’è la nostra Costituzione, l’articolo 11, che espone un principio assolutamente fondante: “L’Italia ripudia la guerra”.
Ma soprattutto abbiamo delle norme nazionali, la Legge 185 del 90, che proibisce esplicitamentel’esportazione di armi a tre tipologie di Paesi. Il primo divieto riguarda i Paesi che sono in guerra. Ora, secondo me, quella non è una guerra, è un’aggressione unilaterale. Secondo lo Stato Italiano, quella è una guerra, però.
Il secondo riguarda Paesi che violano sistematicamente i diritti umani. Israele è forse uno dei Paesi che ha avuto il maggior numero di report negativi da parte di organismi delle Nazioni Unite e corti internazionali.
Poi c’è il terzo divieto nei confronti dei Paesi la cui politica estera non sia in linea con l’articolo 11 della nostra Costituzione. Israele praticamente la diplomazia non la usa, usa solo le armi e quindi è notoriamente un Paese non in linea con questo principio.
A questo punto si potrebbe pensare che la nostra è una causa vinta, ma come abbiamo visto leggendo le difese dello Stato e di Leonardo, entrambi dicono che il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
È vero che la legge 185 prevede il divieto, però – sostengono loro – se lo Stato dà l’autorizzazione vuol dire che ha accertato l’assenza di quelle situazioni di divieto e quindi l’autorizzazione statale sana tutto. Sia Leonardo che lo stato cavalcano questa ipotesi dicendo che un giudice civile non può dire allo Stato quello che deve fare, perché nel nostro paese c’è la separazione dei poteri. Questo è il punto centrale della causa che stiamo facendo.
Ma la separazione dei poteri non sta a indicare che tutte le volte che lo Stato interviene non si può fare niente. È un principio importante che va tutelato e usato nelle giuste situazioni, ovvero nei casi in cui la pubblica amministrazione ha una piena discrezionalità.
Per esempio, l’Italia vuole aderire all’ONU o uscirne? Ampiamente discrezionale.
Ma laddove ci sono delle regole che lo stesso Stato ha previsto, come la legge 185/90, o trattati internazionali a cui ha aderito, allora parliamo di stato di diritto. Parliamo di regole che anche il politico, anche il decisore politico deve rispettare».
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