
Oggi è rinchiusa tra le quattro mura di una cella. Eppure non ha ceduto di un passo Alessia Piperno quando a Teheran, capitale dell’Iran dove abitava da qualche mese, sono scoppiate le proteste per l’omicidio di Mahsa Ahmini, giovane iraniana uccisa dalla polizia religiosa del paese perché indossava male il velo. Poi la chiamata arrivata al padre nella mattinata del 30 Settembre: «Era lei che stava piangendo, ci avvisava di essere in prigione. Pochissime, disperate parole: chiedeva aiuto». Festeggiava il suo compleanno con degli amici quando è stata fermata dalle autorità locali.
Ha scelto di restare e sostenere la lotta del popolo di un paese che la ospitava dopo 7 anni vissuti da viaggiatrice, nomade ma non turista. Si dava l’obiettivo di fermarsi dopo i 30 anni, di stabilirsi. Ma per Piperno, arrivata ai trent’anni, viaggiare significava qualcosa di più. Stava aspettando il visto per partire verso il vicino Pakistan. Voleva aiutare a ricostruire un villaggio, lì dove l’acqua ha da poco travolto intere città uccidendo migliaia di persone.

«Stanno manifestando per la loro libertà. Donne, uomini, adolescenti e anziani. E ognuno di loro, ogni singola persona, rischia la propria vita quando va per le strade» spiegava poco tempo prima dell’arresto: «In tanti hanno già perso la vita, in tanti non vedranno mai quella libertà per cui hanno rischiato e lottato, ma se un giorno questo sarà un Paese libero, è merito di queste persone, di queste ragazze che scendono in piazza e danno fuoco ai loro hijab, e a quei uomini che stanno combattendo per le loro donne».
Le proteste in piazza, l’effetto pungente dei fumogeni e gli spari. Poi l’ansia e le lacrime sul volto, la sofferenza degli altri. «Non riesco ad andarmene da qui, ora più che mai. E non lo faccio per sfidare la sorte, ma perché anche io ora, sono parte di tutto questo» diceva Alessia alla vista delle ingiustizie. L’avrebbero arrestata per il suo sostegno alle manifestazioni che incendiano le strade dell’Iran da settimane, contro la violenza della polizia e le regole che negano diritti alle donne del paese.

Tanta la solidarietà da parte degli amici e della comunità di nomadi digitali – ossia chi lavora a distanza, spostandosi spesso – di cui Alessia Piperno faceva parte. Lavorava, infatti, come assistente digitale, un lavoro che le permetteva di muoversi in giro per il mondo.
«Dimostriamo di saper essere ancora uniti, noi italiani. Di fronte a una situazione così difficile, riscopriamoci solidali. Alessia ha 30 anni, come molti di noi, e non ha fatto nulla di sbagliato: aiutiamola a uscire dal carcere, facciamole sentire che ci siamo» ha chiesto lo scrittore e nomade digitale, Gianluca Gotto, amico della ragazza.
«Alessia è una ragazza forte ma fragile al tempo stesso, che ha voglia di scoprire il mondo e spingersi oltre le apparenze. L’abbiamo incontrata proprio in Iran e abbiamo passato insieme giornate a parlare di tutto – scrivono Angela e Paolo, creator e viaggiatori sul loro profilo Beyond the Trip. «Abbiamo sentito la sua famiglia e la Farnesina per spiegare tutto ciò che sapevamo. Stanno girando notizie assurde, spesso surreali, molte volte inventate. Alessia lavorava online, in Iran era entrata molto prima delle proteste e ha sempre indossato il velo. Al momento nessuno sa perché sia stata arrestata».
A deludere i più gli insulti gratuiti e le critiche infondate pubblicate sul web nei confronti della viaggiatrice. C’è chi si lamenta della sua permanenza nel paese etichettandola come gesto sprovveduto, chi mette l’occhio sui follower del sui profilo Instagram.
Ne ha parlato Agnese, di Enjoy Sahara: «Ho letto tante bugie e cattiverie… Ale bella, ogni secondo mi chiedo come starai, se riuscirai a riposare, se avrai freddo o paura e spero che dentro di te sia sempre viva la vocina della speranza e della forza». Anche per Martina Iacoianni il ricordo è ancora vivido e contraddice le ondate di hater dei social: «Abbiamo parlato di quanto l’Iran fosse un paese che grazie alla sua gente ti colpisce dritto al cuore, ma che purtroppo ha un lato fatto di imposizioni e restrizioni. Ci sembrava tutto lontano qualche mese fa, ora è tutto molto più vicino».
Ora, il duro compito di sciogliere la situazione è in mano alla Farnesina e alla diplomazia. Nella speranza che la debolezza dell’Italia nel panorama internazionale non crei un nuovo caso Zaki o, peggio, Regeni. Immaginiamoci un futuro diverso per Alessia. Rea – per la legge iraniana – di aver immaginato un futuro diverso per un intero popolo.
Di Ciro Giso
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