
Sulla Avenida de Alvear tira molto vento a causa della vicinanza col porto, che per lungo tempo è stato il cuore pulsante della città. Lì, milioni di immigrati sono attraccati dall’Europa, in cerca di un nuovo luogo in cui mettere le proprie radici. Questo ormai è un ricordo lontano, ma l’anima di Buenos Aires rimane influenzata da questa esperienza. In molti casi, infatti, la cultura dei migranti ha contribuito in maniera indimenticabile alla costruzione dell’identità portena e, oggi, gli echi di questo processo sono visibili nell’organizzazione della sua vita culturale.
Al numero 1119 della strada menzionata si trova l’Istituto di Cultura Italiana di Buenos Aires. Nelle città che ospitano un Consolato italiano, infatti, si trovano anche questo tipo di istituti, che si occupano di promuovere la cultura italiana in dialogo con quella locale. La capitale argentina ospita uno degli istituti più attivi, grazie alla grande eredità che i tanos (l’antico nome degli italiani) hanno apportato al suo sviluppo. Le prime settimane di ottobre sono quelle più impegnative per l’Istituto: l’inizio della primavera coincide con la stagione culturale più fervente per la città, grazie alle partnership istituzionali, con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Ambasciata d’Italia e il Consolato d’Italia a Buenos Aires, che spazia dalle arti visive alla musica, dal cinema al teatro. La cultura e la lingua italiana attirano gli abitanti della capitale argentina, che con orgoglio rivendicano le proprie radici italiane. Il tema dell’identità culturale è tanto più forte quanto complesso in questa metropoli che ospita ben 3 milioni di abitanti, la maggior parte di discendenza italiana.
Tra gli appuntamenti della stagione 2024, l’Istituto ha dato spazio a numerosi artisti italiani in occasione della Giornata del Contemporaneo 2024, promossa da AMACI, della Biennale di Architettura di Buenos Aires e della conclusione del Ciclo Divina Italia al Teatro Coliseo. Così, si sono affacciati nella capitale argentina, per una serie di conferenze, l’artista contemporaneo Alberto Tadiello; il vincitore del Premio Natura, Naturans, Naturata; l’architetto tirolese Werner Tsholl e il compositore vincitore del Premio Oscar Nicola Piovani.
Quello che è emerso dalle testimonianze di questi esperti del settore è la volontà di condividere il proprio approccio all’arte con un pubblico diverso dal solito. Alberto Tadiello, ad esempio, è stato ispirato a presentare un progetto che interagisce con lo spettatore attraverso un coro di suoni e frequenze dal paesaggio sonoro urbano di Buenos Aires. L’artista rivela che «è il suono ad essere la più importante forma di contaminazione» in quanto «penetra invisibilmente nella testa dello spettatore, rendendolo parte dell’opera stessa».
In un modo simile, Tsholl ha riflettuto su come il contesto influenza i suoi progetti: l’architetto è interessato a mostrare la bellezza del nostro Paese, i suoi paesaggi montani e la presenza forte della natura, attraverso degli interventi architettonici che assomigliano più ad opere d’arte. Anche Nicola Piovani crede che l’arte sia il riflesso della vita. Il compositore e direttore d’orchestra ha diretto l’Orchestra del Teatro Colón, uno tra i più importanti teatri dell’America Latina, in un concerto dedicato alla musica che ha composto durante la sua carriera per il cinema. Ciò che colpisce l’auditorium è la capacità del Maestro di trasportare il pubblico in una dimensione inconscia all’interno del film. Non serve parlare italiano per lasciarsi trasportare dalle musiche iconiche de “La vita è bella” o di “Otto e mezzo”.
di Giovanna Di Pietro e Sara Marseglia
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