
Sui territori, ove la presenza delle mafie è massiccia, si assiste ad un fenomeno comunemente chiamato “welfare mafioso”. Sorto soprattutto in quei territori in cui lo Stato è percepito in maniera inefficiente rispetto ai servizi da offrire ai cittadini, il welfare mafioso è un insieme di servizi (chiaramente di natura illecita) che le mafie garantiscono ai cittadini in cambio di lealtà, di silenzio e di protezione sociale. Si tratta di una sorta di investimento nel consenso, ideato dalle cosche mafiose, soprattutto per attirare a sé la popolazione locale e per allontanare quest’ultima dalla percezione dell’idea di Stato come struttura al servizio del cittadino.
La casistica giudiziaria è davvero molto ampia in tal senso e si è sviluppata soprattutto durante le lunghe indagini finalizzate alla cattura dei grandi latitanti di camorra e di mafia, durante le quali sono emerse complicità e connivenze dalle persone più disparate, sia sotto il profilo economico che culturale. Il che rende ancora più complesso l’accertamento delle loro responsabilità, molto spesso fatte passare come ordinarie ed inconsapevoli prestazioni da parte di comuni cittadini in favore di personaggi di grande pericolosità sociale.
Perché, allora, tante persone offrono un aiuto alle organizzazioni mafiose? La risposta esige l’analisi dei servizi connessi proprio al welfare mafioso, nelle varie forme con cui esso viene reso alla gente. In contesti in cui è forte il tasso di disoccupazione, innanzitutto, la prima mossa che le cosche decidono di realizzare per fidelizzare gli adepti è il reclutamento dei giovani, spesso attratti da prospettive di guadagno facile ed immediato, a loro corrisposto in cambio di favori o prestazioni, utili a legarli, in maniera indissolubile, alle organizzazioni malavitose.
Si pensi, ad esempio, ai piccoli spacciatori, oppure alle vedette poste a presidio di circuiti urbani in cui è fiorente l’attività di confezionamento e di vendita della droga. L’assunzione di tale manodopera è fatta in maniera immediata, offrendo ai ragazzi un guadagno immediato e prospettandogli un tenore di vita enormemente superiore a quello di tanti loro coetanei. Così, avvenuto il reclutamento della manodopera criminale, le cosche solitamente avviano una strategia molto più sottile e perversa, finalizzata cioè ad inculcare nella gente il convincimento che esse si sostituiscono allo Stato nel rapporto con i cittadini, creando così una sorta di governance territoriale di matrice criminale.
Ecco che, allora, emergono fatti criminosi – molti dei quali processati nei vari Tribunali del Mezzogiorno – legati alla gestione di bisogni primari della gente: così, in occasione di calamità naturali, le cronache giudiziarie hanno riportato episodi di distribuzione di pacchi alimentari a favore della popolazione colpita; in altri casi si sono registrati aiuti economici improvvisi e facilitati a favore di cittadini bisognosi; in altri casi ancora, si è assistito ad una sorta di protezione delle cosche da organizzazioni criminali minori oppure da fenomeni criminosi locali, percepiti dalla popolazione in maniera odiosa e rispetto ai quali le organizzazioni mafiose intervengono con metodi drastici per garantirne l’annientamento, come nel caso di furti in abitazione, di sfruttamento della prostituzione oppure di prestiti usurari.
In tal modo, la popolazione locale avverte una sensazione di protezione da parte della cosca mafiosa, che – dunque – si sostituisce allo Stato nella risposta sanzionatoria e nel bisogno di sicurezza che la gente manifesta in contesti cui la microcriminalità è molto diffusa. In casi altrettanto frequenti – soprattutto in Campania – è forte il ricorso all’intervento camorristico da parte di operatori economici (in genere, imprenditori) che, essendo titolari di crediti, hanno necessità di esigerli nella maniera più rapida possibile, offrendo un compenso alla camorra che ha “convinto” il debitore ad ottemperare, così garantendo al creditore una liquidità essenziale per la sua attività che non avrebbe rapidamente ottenuto se avesse attivato le procedure giudiziarie – spesso lunghe e tortuose– di riscossione coattiva del credito. Insomma, attraverso questa strategia, il messaggio che viene inoltrato alla gente è che le mafie offrono servizi alla popolazione e che, dunque, non c’è ragione per temerle.
Si tratta, a ben vedere, di una operazione di consenso ideologico, tanto più solido quanto più rapida è la prestazione offerta in favore della gente che la richiede. Con la conseguenza che il welfare mafioso non è solo un’offerta di prestazione: esso, infatti, è soprattutto una forma di riconoscimento culturale da parte della popolazione, che così crea “appartenenza” e, di conseguenza, comunione identitaria. Ciò spiega perché, nei nostri territori, i grandi latitanti sono sfuggiti alle ricerche dell’Autorità per tanti anni, rifugiandosi all’interno di nascondigli ricavati dentro le case di piccoli paesi e godendo della protezione offerta loro – in ogni genere di necessità – da persone apparentemente insospettabili. E quanto più questa trama collusiva è fitta, tanto più è arduo scioglierla.
Non bastano, infatti, le iniziative giudiziarie ed i processi istruiti a seguito della emersione di tali casi; essi, infatti, sono necessari per accertare le responsabilità penali di coloro che offrono protezione e sostegno alle cosche, ma sono sicuramente sterili se non accompagnati da altre iniziative. Il welfare mafioso, infatti, è un fenomeno culturale e, dunque, va combattuto essenzialmente con una nuova cultura della legalità, che deve essere inculcata nella gente mediante un’offerta seria e concreta di ciò che viene richiesto allo Stato. Rafforzare, allora, i servizi pubblici essenziali nei territori fragili è una prima operazione di disinnesco della complicità fra cittadini ed organizzazioni mafiose, che deve essere accompagnata – a nostro avviso – da una riduzione della distanza fra le istituzioni e la popolazione locale.
Garantire tempi rapidi nell’erogazione del welfare reale è, poi, una netta contrapposizione alla efficienza dei servizi mafiosi; altrettanto è a dirsi per il sostegno ad associazioni civiche e di volontariato, oppure alle iniziative di diffusione nelle scuole del modello negativo di “mafiosità”. Molti cittadini hanno pagato con la vita il loro impegno culturale nella creazione, in territori difficili, di modelli virtuosi contrapposti a quelli criminali; per fortuna, il loro esempio ed il loro sacrificio, emersi nei tanti processi istruiti in terre di mafia e di camorra, costituiscono basi solide sui cui erigere le fondamenta per la nascita di un solido rapporto di fiducia fra cittadino ed istituzioni.
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