
Risale al 2 giugno la decisione per cui le Maldive impongono un divieto piuttosto sui generis. Si tratta di una disposizione attuata “in un gesto di solidarietà con la Palestina”. I cittadini israeliani, in sostanza, non potranno accedere all’isola.
Le Maldive sono uno dei luoghi per antonomasia del turismo di lusso, con una media di 220mila turisti ospitati all’anno (senza considerare il periodo del Covid). L’anno scorso circa 11mila cittadini israeliani hanno visitato le Maldive, pari allo 0,6 per cento del totale degli arrivi turistici. Inoltre, va precisato che le Maldive sono uno stato in cui la religione più diffusa è quella musulmana. Dunque, se il piccolo arcipelago nell’Oceano Indiano ha la possibilità di assumere una qualche rilevanza, è proprio nel settore turistico. “Il presidente Mohamed Muizzu ha deciso di chiudere le porte alle persone con passaporti israeliani”, ha dichiarato un portavoce. Non ci sono, per ora, dettagli su quando tale divieto entrerà in vigore. Eppure, già è arrivata la risposta di Israele. Gerusalemme mette in guardia contro i viaggi nell’arcipelago e chiede ai cittadini di valutare la possibilità di andarsene dopo l’annuncio del presidente.
La decisione delle Maldive si inserisce in una crescente scia di azioni simili che stanno avendo ricadute per Israele in un certo numero di settori. Tra gli altri ci sono: le imprese, il mondo accademico e ora il turismo. Tutto nasce nel 2005, nel programma a lungo termine di boicottaggio palestinese. Si fa riferimento al Boycott, Divestment, Sanctions (BDS), che sta iniziando a dare, dopo quasi vent’anni, i risultati sperati.
Per mezionare un altro esempio concreto, la Turchia, un mese fa, ha imposto un divieto di importazione ed esportazione di merci da e verso Israele. Nell’arco dell’ultima settimana i media israeliani hanno dichiarato che tale misura aveva provocato gravi carenze, come per esempio quella del cemento, prodotto per cui Israele dipende per il 40% del suo fabbisogno dalla Turchia.
L’impressione complessiva è che gli Stati, riconoscendo spesso l’impotenza e l’ambiguità degli organi del diritto internazionale, stiano facendo leva su strumenti culturali o economici che mirino all’isolamento (o almeno al ridimensionamento) di Israele.
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