
Quest’estate, come quelle prima, è stata segnata dalle morti degli “invisibili”: i lavoratori agricoli, spesso di origine straniera, impiegati a nero nelle filiere produttive agricole lungo tutto lo stivale. Lo scorso 17 giugno, l’ennesima tragedia nell’Agro-Pontino, dove ha perso la vita Satnam Singh, bracciante 31enne di origine indiana.
Satnam non è morto per l’incidente sul lavoro in sé – schiacciato da un macchinario agricolo che gli aveva mozzato il braccio – ma per le conseguenze dell’emorragia. Infatti, è stato lasciato morire dal suo “padrone”, Antonello Lavato. Invece di chiamare l’ambulanza Lavato lo aveva abbandonato, senza un braccio, per strada fuori casa, ignorando le grida di aiuto della compagna. Quella che il gip di Latina, Giuseppe Molfese, chiama “una condotta disumana e lesiva dei più basilari valori di solidarietà” è il risultato della feroce omertà che dilaga nelle filiere produttive agricole italiane, che funzionano grazie allo sfruttamento dei braccianti, dando vita al sistema criminale di caporalato.
Sebbene il caso di Satnam abbia ottenuto un’eco mediatica e politica molto forte, non è un caso isolato. Dalvir Singh, 54 anni, è morto di fatica nella stessa zona, a poco più di un mese dalla tragedia di Satnam. Dal 2018, sono stati duemila gli incidenti sul lavoro, ma l’incidenza cresce se si tratta di lavoratori stranieri, più vulnerabili degli italiani. La crudeltà di Lovato – che pare abbia trasportato l’arto tranciato nella stessa cassetta di plastica nera usata per la frutta che Singh raccoglieva ogni giorno, per 5 euro l’ora – risponde alle esigenze del sistema di sfruttamento della manodopera.
Grazie a un meccanismo ben rodato, i lavoratori stranieri vengono reclutati direttamente dai “padroni” italiani che, sfruttando il decreto flussi, gli promettono lavoro e ingresso regolare in Italia. Successivamente, vengono incastrati in una rete di schiavitù moderna, trasformati in “illegali”, talvolta privati dei documenti, e malpagati. Allo stesso modo, sono molte le agromafie che introducono irregolarmente in Italia lavoratori destinati alle filiere agro-alimentari, «mantenuti in uno stato di soggezione analoga alla schiavitù», secondo la Corte di Cassazione. Infatti, senza permesso di soggiorno, quei lavoratori immigrati sono passibili di espulsione, ai sensi della legge Bossi-Fini del 2002. Tra gli sfruttati, ci sono però anche lavoratori italiani o migranti regolari. La violazione dei diritti umani si intreccia così con la miopia delle istituzioni.
La CGIL stima che 230mila lavoratori agricoli non abbiano un contratto di lavoro formale, tra loro 55mila donne. Oltre il 25% dei braccianti in Italia lavora a nero, sfruttati in un sistema di caporalato dilagante, che conta circa 405 aree nel nostro Paese, secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL. Tra queste, l’Agro-Pontino è una delle zone dove lo sfruttamento è più diffuso, soprattutto nelle comunità di sikh indiani, come lo erano Satnam e Dalvir Singh.
Così, a pochi chilometri da Roma, si consuma la tragedia degli “invisibili”, come li definisce il ricercatore Marco Omizzolo. Quei lavoratori resi schiavi, grazie alla nostra compiacenza, al nostro stile di consumo e alle lacune in materia di diritto al lavoro e migrazione. Omizzolo ha indagato sul tema in prima persona, conducendo delle ricerche sulle campagne di Latina, che diventano dei “non-luoghi” per i lavoratori delle filiere. Nelle sue interviste, il ricercatore osserva che lo sfruttamento non è solo economico, ma sono lavoratori «asserviti» e «umiliati», sottoposti al padrone italiano, che vuole essere chiamato così o, meglio, detenere questo tipo di potere.
Secondo Omizzolo, è «la nostra politica che incentiva la linea del potere», quella che «protegge i padroni e non i Satnam Singh, perché i padroni votano e i Satnam no”. O meglio, la logica per la quale viene legittimato l’atteggiamento brutale dei padroni, a causa della quale «è il padrone che li vuole invisibili» e «che vuole che noi li chiamiamo invisibili» e invece «sono donne, uomini, a volte anche minori, delle persone che da molti anni noi abbiamo deciso di non guardare più.»
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