
La storia giudiziaria degli ultimi dieci anni, a proposito delle organizzazioni mafiose campane, specie casertane, meglio note come “clan dei casalesi”, ha accertato che la camorra è cambiata profondamente. Da anni, infatti, i processi celebrati nelle aule di udienza, soprattutto casertane, ci dicono che la camorra ha smesso di sparare ed ha escogitato la strategia della sommersione, in forza della quale non ricorre più a gesti eclatanti (gli omicidi, soprattutto) per concentrarsi sulla possibilità di lucrare nella maniera più redditizia possibile.
La conseguenza è data dal fatto che la camorra ha deciso di reinvestire ingenti quantità di denaro – frutto dell’attività propriamente camorristica – in attività economiche, spesso presenti su mercati anche internazionali, con ciò mutuando l’esperienza introdotta dalla ‘ndrangheta calabrese, prima artefice – con Cosa Nostra – di rapporti economici con il Sud America e con talune aree del Nord Europa.
Ma perché la ‘ndrangheta è diventata il punto di riferimento per molte organizzazioni criminali, camorra compresa? Qual è il suo segreto? Essenzialmente, la ‘ndrangheta è divenuta un modello criminoso da emulare per la camorra a causa della solidità della sua struttura (dalla quale raramente discendono collaborazioni con la giustizia, essendo le affiliazioni mafiose veicolate soprattutto da legami di sangue, intesi in senso strettamente familistico) e, soprattutto, per la sua capacità di infiltrarsi nei mercati internazionali della droga, dai quali poi nascono i collegamenti con il tessuto imprenditoriale internazionale.
L’acquisto di enormi quantità di stupefacente – trasportato in alcuni porti italiani e poi distribuito sul territorio nazionale – ha generato dei legami e delle alleanze con coloro che gestiscono tali traffici e che offrono – nel pacchetto dei servizi resi alle cosche calabresi – anche l’opportunità di reinvestire i profitti in attività presenti sui territori dai quali partono i traffici di stupefacenti.
Tutto questo comporta delle importanti conseguenze, in termini di contrasto a tali attività: innanzitutto, è molto più complesso risalire alle modalità degli investimenti esteri, dal momento che occorre attivare canali investigativi internazionali che, per quanto efficienti e adattati alle evoluzioni criminose, scontano il fatto di non conoscere a fondo i protagonisti delle vicende mafiose italiane.
Così, ad esempio, la presenza di un insospettabile riciclatore sul territorio estero non sarà – se non eccezionalmente – oggetto di verifica investigativa sul territorio di reinvestimento. Allo stesso modo, coordinare una indagine fra forze di polizia straniere non sempre assicura tempestività di azione e contemporaneità di informazione. Senza contare, poi, che in alcuni casi l’investimento di ingenti capitali sui territori stranieri è molto gradito, perché porta benessere, occupazione e sviluppo in aree economicamente svantaggiate, sicché le indagini nate da impulso estero vengono guardate con una malcelata diffidenza.
Dunque, forte di tali vantaggi, la camorra oggi stringe accordi con mafie albanesi, nigeriane, sudamericane e balcaniche, organizzando trasporti di droga, costituendo cartelli per l’acquisto congiunto di partite di stupefacenti, riciclando denaro in attività produttive, grazie alle quali poi incrementa ulteriormente gli utili derivanti da quelle attività.
Questa è la ragione per la quale – ultimamente – è stata sdoganata l’affermazione secondo cui il crimine camorristico è divenuto “geopolitico”, ossia diffuso su vasta scala, anche internazionale, a seconda del luogo ove le ricerche di mercato suggeriscono di aprire delle “filiali”. Ad esempio, negli Stati in cui la giustizia è debole e vulnerabile, oppure in altri in cui l’economia è particolarmente solida e tale da mettere al sicuro gli investimenti, oppure in altri ancora che offrono una scarsa cooperazione internazionale all’Autorità Giudiziaria.
Di fronte a tali, moderne, capacità di occupazione dei mercati internazionali, quale risposta può essere efficacemente fornita dallo Stato per contrastarne la diffusione?
È del tutto evidente che il sequestro isolato di beni all’estero oppure la cattura di un esponente camorristico rifugiatosi in territori stranieri non sia più sufficiente per realizzare una valida azione di contrasto ai patrimoni mafiosi; si rende sempre più indispensabile creare, invece, una rete informativa che coinvolga le autorità investigative e quelle giudiziarie in maniera sinergica, così da replicare il modello – fortemente voluto da Giovanni Falcone – della condivisione delle informazioni come strumento indispensabile da porre a base delle indagini di criminalità organizzata in territorio nazionale.
Come, infatti, la Direzione Nazionale Antimafia ed antiterrorismo assicura il coordinamento delle indagini fra varie direzioni distrettuali antimafia italiane, talvolta svolgendo anche azioni di impulso alle indagini, così è auspicabile che, in tempi brevi, si crei una rete informativa internazionale di cui gli inquirenti possano disporre per comprendere – in tempo reale – la presenza su territori esteri di persone legate a contesti mafiosi.
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