
Marianna Sannino è un’artista napoletana impegnata nella ricerca sulla memoria e sulla dimensione diacronica del tempo. Il presente, il passato e il futuro risultano entità collegate, restando a galla in una realtà tangibile comune. Marianna Sannino attinge molto dai suoi ricordi. Un legame che inevitabilmente si riflette anche nella sua arte: «Ogni volta che lavoro in un determinato luogo, mi piace esplorare le sue radici, scoprire cosa c’era prima e cosa è accaduto lì nel corso del tempo. Mi piace lavorare rispettando e onorando la memoria del luogo. L’infanzia per me è un ricordo indelebile, anche per il modo in cui si scopre il mondo. C’è la curiosità, il guardare sempre con occhi nuovi, un po’ come fa un artista, che è un eterno bambino».
La dimensione del gioco è ricorrente perché sperimenta molto nella sua arte con i materiali, anche con i colori. Per un artista è quindi motivo di sentirsi appagato e per poter esprimere e trasmettere un messaggio. Instabilità e mutevolezza dell’esistenza, un racconto e molteplici riferimenti sul cangiante spettacolo della vita stessa. Ma quali sono invece i suoi punti fermi? «Sicuramente la famiglia è un punto di riferimento importante. Tuttavia, è soprattutto l’arte che mi aiuta a elaborare le esperienze che fanno parte di ciascuno di noi. L’arte mi dona un enorme supporto e mi aiuta a trovare l’equilibrio per superare determinate situazioni. Creare è come se mi permettesse di liberarmi di ciò̀ che accade. Quindi, oltre alla famiglia, uno dei miei punti fermi è l’arte, di cui non potrei fare a meno».
Marianna Sannino dipinge perché́ è un linguaggio, come per chi scrive. È anche uno sfogo, una terapia per tutti. Questo è per l’artista un grande aiuto che permette di distaccarsi dalla realtà̀, ma allo stesso tempo di osservarla in modo diverso, con una nuova visione.
Prendendo le mosse dalla pittura, i lavori tramutano in sculture e installazioni, attorno a cui – o all’interno delle quali – lo spettatore può fare esperienza del tempo. Ci siamo soffermati sui materiali. Proprio su questo aspetto, c’è la scelta singolare di non dipingere su tela ma sul tulle: «Ero stanca della tela. Il tulle mi offre la possibilità di interagire con l’ambiente circostante grazie ai vuoti e ai pieni, nei quali ritrovi la realtà. Mi piace molto questa unione. Con il tulle, è come se non avessi limiti. Può andare oltre la tela, creando giochi di luce ed ombre, Io li chiamo fantasmi. Gioco molto sulla sospensione. È un materiale che mi rappresenta, con la sua leggerezza quasi vibrante. Basta un po’ di vento e fluttua, con la sua trasparenza si integra perfettamente nello spazio circostante».
Le persone si rapportano alla tua arte in maniera diversa?
«Ho notato una novità interessante nel modo in cui le persone interagiscono con l’opera, che è a grandezza naturale. Questo confronto diretto spesso suscita un momento di incertezza: “È reale o no?”. Le ombre create dal tulle accentuano questa sensazione, dando l’impressione di una presenza autentica. Per questo motivo le chiamo ‘presenze assenze‘. La curiosità che suscita è notevole, perché c’è una modalità di interazione diversa: puoi girarci intorno e l’opera assume quasi una dimensione scultorea».
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