
Voglio saperne di più della mia vita, delle mie origini, della mia storia. Voglio risalire alla mia provenienza e conoscere il mio corredo genetico. Sono nato, sono stato abbandonato e sono cresciuto nel più grande amore della mia famiglia legittima. Sono diventato grande ed ho capito che nella vita si devono fare delle scelte, che non sempre è tutto bianco o nero. Con il tempo ho capito, ma è rimasta dentro di me la curiosità, il desiderio. Quella voglia di conoscere, di approfondire, di mettere a posto ogni pezzo del mio puzzle. Ho deciso di lottare, affinché mi sia possibile avere una risposta, vivendo dentro di me con il pensiero che forse questa lotta un giorno non sarà più necessaria. Ti immagini quando sarà semplicemente un diritto?
In Italia si contano nell’ultimo secolo circa 300mila figli non riconosciuti dalla propria madre biologica. La legge italiana ad oggi non prevede la disciplina del diritto alle origini biologiche ed anzi circa dieci anni fa lo vietava categoricamente. A partire dal 2008 per questo motivo ha preso vita il Comitato nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini, che da quel momento porta avanti campagne di sensibilizzazione sul tema, attività di formazione e informazione e soprattutto collabora per la presentazione in Parlamento di disegni di legge per la tutela di tale diritto. Ai microfoni di Magazine Informare è intervenuta la Presidente del Comitato Anna Arecchia.
«Il Comitato Nazionale per il diritto alla conoscenza delle origini biologiche si interessa di adozione nazionale, quindi dei figli non riconosciuti in Italia (adottati o meno). Noi reclamiamo il loro diritto a conoscere le origini biologiche». Per questa categoria di cittadini, fino al 2013, la legge in Italia vietava categoricamente di conoscere le proprie origini e di formulare qualsiasi domanda al Tribunale dei minori. Le cose sono parzialmente cambiate con la Sentenza 278/13 della Corte Costituzionale.
Secondo tale sentenza, che specifica che il legislatore deve procedere a garantire questo diritto tramite una norma, le persone non riconosciute possono presentare domanda presso i Tribunali per i Minori, i quali devono accogliere queste istanze cercando di individuare la madre biologica, contattarla nella massima privacy possibile e chiederle se vuole rimuovere l’anonimato. «Questa sentenza da un lato garantisce il diritto del figlio e dall’altro fornisce alle madri la possibilità di esprimersi nuovamente. Abbiamo avuto testimonianze di molte madri che hanno cambiato idea: non è detto che una donna dopo venti o trent’anni abbia mantenuto la volontà di non riconoscere il figlio», spiega la Presidente Arecchia. «Questa sentenza non va a tirare fuori i nomi dai registri, così come pensavano molti oppositori, ma apre un doppio spiraglio per figlio e madre. La privacy della madre viene garantita ad ogni costo e l’anonimato viene rimosso solo con il suo consenso».
Negli ultimi dieci anni, nonostante il Comitato abbia presentato diversi disegni di legge nelle legislature che si sono susseguite, il Parlamento non ha ancora legiferato in tal senso. «Questa è la quarta legislatura in cui presentiamo disegni di legge e il Parlamento ancora non si esprime». Il problema dell’assenza della norma a fronte della presenza della sentenza della Corte Costituzionale è che molti tribunali l’hanno accolta, procedendo secondo i passi suggeriti, mentre altri non l’hanno fatto. «Questo perché senza una legge precisa, tutto è rimesso alla discrezionalità del Presidente del Tribunale. Solo la legge può colmare le individualità territoriali».
Nell’ultima settimana di marzo è stato presentato il disegno di legge 562 dell’attuale Legislatura dell’On. Gianpiero Zinzi primo firmatario e sottoscritto da tantissimi deputati di diversi partiti. «Adesso l’iter legislativo prevede che questo disegno venga assegnato alla Commissione Giustizia per poi procedere con le audizioni e la proposta di eventuali emendamenti. Una volta redatto il testo ultimo, verrà portato in aula per il voto in un ramo del Parlamento, per poi ripetere il medesimo iter nell’altro. Ora siamo partiti dalla Camera, quindi poi passerà al Senato. I tempi sono lunghi: speriamo di farcela in un’intera legislatura».
Un argomento da non sottovalutare per quanto riguarda il diritto alla conoscenza delle origini biologiche è l’aspetto sanitario. Non conoscere la propria madre biologica, significa non avere accesso al proprio corredo genetico e incorrere in problematiche medico-sanitarie non indifferenti. «Il mancato accesso alle origini biologiche ha dei danni anche sul piano medico: la persona adottata non sa nulla della propria genetica e può incorrere in problemi di salute. Ad oggi con la legislazione attuale, il diritto alla salute non prevale per i non riconosciuti. Nel disegno di legge, infatti, abbiamo chiarito questo punto: nel momento in cui la madre vuole ancora restare anonima, ha il dovere di fornire la propria mappa genetica, in modo tale che al figlio non venga precluso il diritto alla salute» – conclude così la Presidente Anna Arecchia.
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