
Tra le consultazioni elettorali che si terranno a giugno non c’è solo il referendum. Non se ne sente parlare molto perché quasi nessuno dei cittadini dovrà andare a votare, a meno che non si tratti di sindaci e consiglieri comunali. Si tratta, infatti, delle elezioni per il presidente e i consiglieri della Provincia di Caserta. L’elezione di secondo grado è solo una delle tante criticità che affliggono le province italiane sin dal 2014, anno in cui fu varata la legge Delrio. Pensata come transitoria e legata alla riforma costituzionale Renzi-Boschi – poi bocciata dal referendum del 2016 – quella legge ha lasciato invita enti dimezzati, oggi accusati di essere “scatole vuote”. Ne abbiamo parlato con Giovanni Chiola, docente di Diritto regionale presso l’Università Federico II di Napoli.
Lo svuotamento delle province, in realtà, parte ancora da più lontano. «C’è stato negli anni ’90 un periodo di euforia – racconta Chiola – Bassanini ha dato la spinta alla riforma del titolo V, a questa necessità di soddisfare questo principio di decentramento. Poi, nel 2011, arrivano i decreti legge ‘SalvaItalia’, che hanno riorganizzato quella che è stata proprio la governance. Sono stati questi la prima scintilla di quella che è stata chiamata “macelleria istituzionale”, sulla spinta di volontà di riordino e di una spending review imposta dall’Europa per rispettare obblighi per pareggio di bilancio». Ma la Corte Costituzionale nel 2013 boccia il metodo: «Il decreto legge – spiega il docente – non serve per svuotare le province». Nasce così la legge Delrio nel 2014, pensata come transitoria, ma mai superata.
«Essa prevedeva l’eliminazione delle province e le città metropolitane. La Corte Costituzionale nel 2015 non l’ha dichiarata incostituzionale in previsione di questo quadro di riforma che poi non è avvenuto». E, tra l’altro, Chiola osserva: «Noi abbiamo avuto la legge elettorale ‘Porcellum’, e paradossalmente la Corte Costituzionale ha bloccato questo sistema. Come è possibile che poi nel 2015 si sia autorizzato da parte del legislatore un ente di secondo livello?».
Non solo paradossi legislativi. La legge Delrio prevedeva i Comuni e le Regioni forti, i tagli venivano fatti alle province nuove o città metropolitane. Uno svuotamento economico pari a 1 miliardo nel 2015, poi aumentato a 3 miliardi nel 2016.
È interessante poi capire come le regioni abbiano reagito in maniera diversa nel declinare la legge Delrio: «Regioni del nord come Veneto e Lombardia avevano avuto un approccio minimalista, mantenendo le funzioni delle province; mentre soprattutto province del sud sono state svuotate e le loro funzioni sono state rimesse a Regioni e Comuni». E la Campania? «Ha mantenuto una posizione intermedia: sono state date una serie di competenze numerose ma non fondamentali (caccia, pesca, sport, musei, biblioteche)».
Ma la questione resta: come coprire l’ente di area vasta? «Se da un lato abbiamo il livello municipale troppo piccolo – osserva Chiola – non si riescono a coprire funzioni fondamentali che poi sono previste in Costituzione. Dall’altra parte il livello regionale è troppo ampio per poter soddisfare quelle esigenze peculiari e intraregionali»
Guardando al resto d’Europa, spiega Chiola, l’Italia non spendeva nemmeno tanto: «In Spagna, che ha la metà delle nostre province, nel 2011 si spendevano 16 miliardi. In Francia le province erano un centinaio e costavano 73 miliardi. In Germania 408 province costavano 55 miliardi. In Italia, invece, si parlava di 10 miliardi». Chiola ricorda che già nel manifesto di Ventotene si parlava di un’Europa fatta anche di regioni e di enti locali. «Questa tripartizione – dice – era già contemplata: ordinamento europeo, Stati membri e realtà territoriali». E allora? «Se vogliamo mantenere le province dobbiamo imboccare una strada di riforma costituzionale. Se invece non vogliamo imboccarla, allora cerchiamo di inserirci in questo livello di integrazione europea di valorizzazione del territorio. Perché si parla di politiche importanti legate all’ambiente, e il livello più omogeneo è quello delle province».
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