
Gennaio 2025: la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna l’Italia (nel caso Cannavacciuolo e altri) perché non ha adeguatamente protetto la vita dei cittadini dai seri rischi alla salute derivanti da colossali pratiche di abbandono e incenerimento dei rifiuti durate i decenni.
Fa uno strano effetto leggere un pezzo di storia del Mezzogiorno d’Italia nelle pagine scritte da un giudice che siede a Strasburgo e che osserva con sgomento ciò che i figli delle nostre terre hanno dovuto patire per decenni, avvelenati da una situazione abnorme dei rifiuti che ha portato vasti territori, soprattutto dell’agro aversano e di quello domizio-flegreo, a ricevere il sinistro appellativo – ormai noto in tutto il mondo – di Terra dei Fuochi, usato nel 2003 in un rapporto di Legambiente sul problema delle ecomafie. Dicevo, è strano leggere la nostra storia ripercorsa da un giudice non nazionale, aprendo così l’ennesima deprimente finestra sul nostro territorio ad autorità internazionali; ma al contempo, ciò consente di guardarci in uno specchio più ampio, con una messa a fuoco più potente e soprattutto più asettica, quale quella di un giudice che osserva da lontano (e da fuori) quello che succede in queste terre pazzesche da decenni.
La Corte ha ripercorso appunto gli ultimi quarant’anni della nostra storia e leggere questa pronunzia, che ha accertato che l’Italia ha violato il diritto umano alla vita (art. 2) e alla protezione di beni primari per l’uomo (art. 8), è come assistere a un film sul nostro destino, al quale non siamo stati capaci di sottrarci e che rappresenta per certi versi plasticamente la folle condizione italiana: la storia di una “rifiutopoli”; di luoghi dove sono state abbandonate, sepolte, disperse, incenerite e occultate montagne di rifiuti provenienti da ogni dove, collocate ovunque – perfino sotto le fondazioni di un asse viario come la Nola-Villa Literno, con la regia della camorra locale; con l’incapacità delle istituzioni di vedere bene e con i conseguenti perversi riflessi sulla salute, che è il punto sul quale si diffonde la decisione per giungere a una condanna, perché le autorità non hanno saputo fornire una “risposta sistematica, coordinata e completa”.
Proprio sul tema dei rischi per la salute la Corte è stata netta, superando le difese del governo italiano e affermando che non si può pretendere che si dimostri un legame certo tra le esposizioni ai contaminanti e la nascita o l’incremento dei rischi per la vita derivati dall’esposizione. La Corte, dopo un’accuratissima carrellata degli eventi susseguitisi nell’arco di un trentennio, ha ribadito come studi importanti, come quello di riviste specializzate come Lancet oncology e anche di autorità interne, nonché straniere (come quello autonomamente realizzato dalla NATO), avessero dimostrato in maniera ragionevole la presenza di un rischio serio, genuino e sufficientemente accertabile per la salute umana.
È un principio importantissimo: la Corte afferma in sostanza che non occorre la certezza del male per agire; è sufficiente che vi siano indicatori seri (e la mente corre al rischio bradisismo e terremoto) che comprovino o comunque evidenzino il pericolo per la salute umana. Questo è sufficiente per imporre alle autorità di intervenire a tutela della vita umana dei propri cittadini. Il fatto che organi come la Nato, già in uno studio autonomo del 2011, teso a proteggere la vita dei militari presenti sul nostro territorio (e quindi esposti agli stessi pericoli degli italiani), avessero fatto emergere chiaramente l’esistenza di un abnorme innalzamento nella regione Campania di rischi di ammalarsi di tumore, imponeva alle autorità di adempiere all’obbligazione di protezione, facendo tutto il necessario per interrompere la spirale di rischi di morte e malattie per i propri cittadini. La Corte ha osservato che le autorità italiane non si sono attivate in maniera adeguata: non vi è stata sufficiente diligenza; è mancata una sinergia tra i vari attori pubblici e questo ha anche impedito di “identificare le aree effettive, la natura e l’estensione della contaminazione”.
L’epilogo, in sostanza, dopo sei commissioni di inchiesta del parlamento, un report della commissione del Senato, numerosi studi scientifici, diversi procedimenti di infrazione attivati contro l’Italia e condanne da parte della Corte di giustizia europea, è decisamente fallimentare, insufficiente a realizzare una politica di adeguata protezione dell’incolumità dei cittadini campani, ancora oggi esposti ai rischi e alle conseguenze delle trascorse attività scellerate compiute dalla criminalità organizzata, ma non solo. La Corte ha anche evidenziato come il fenomeno Terra dei Fuochi sia stato alimentato anche da perversi comportamenti degli stessi cittadini comuni, che non si sono dimostrati sensibili alla cura del proprio territorio, come emerge da sversamenti e abbandoni di rifiuti, anche di quelli domestici, non solo di industrie.
Come ha dolorosamente rappresentato la terza commissione parlamentare, ripresa dalla decisione della Corte europea, il territorio è stato utilizzato come la pattumiera d’Italia, come cosa di nessuno (res nullius), ed è una condizione che tristemente si osserva ancora: basta fare un giro sui nostri territori per osservare la vergogna di piazzole di sosta invase dai rifiuti, nel disinteresse delle pubbliche autorità. Eppure, nella stessa decisione si dava atto come nell’action plan della regione Campania si fosse puntato molto sulla vigilanza anche elettronica, finanche con l’uso di droni, che però – come anche la Corte ha osservato – non ha evitato la lesione dei diritti.
Insomma, quella rappresentata dalla Corte, che ha condannato l’Italia a intervenire quanto prima – con il supporto anche finanziario del governo centrale e con la necessaria sinergia tra gli attori pubblici – è una catastrofe ambientale che si è abbattuta sui nostri territori, che ci ha costretto e ci costringe ancora probabilmente a patire e a far patire alle future generazioni l’ingiusta tragedia del rischio di ammalarsi con maggiore probabilità rispetto ad altri luoghi. Volendo allora rispondere al quesito che intelligentemente poneva Legambiente nel lontano 2015 “A che punto siamo?”, ebbene, stando alle parole della Corte europea, non siamo a un buon punto e questo deriva dal fatto che non sappiamo o non vogliamo agire con tolleranza zero in tema di ecologia e rifiuti, ciò che è assolutamente cruciale anzitutto per la salute della collettività e, prima ancora, per una vita sui nostri territori che sia veramente degna di questo nome.
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