
“Scale mobili sotto la luna, un cammino che esiste da sempre, diagonali e passaggi segreti, il tesoro della città antica”. Così recitava il grande Edoardo Bennato nella sua celebre canzone “La città obliqua”. Parole forti, che trasformano in musica ciò che ha vissuto chiunque abbia percorso almeno una delle oltre 200 scalinate disseminate per i vicoli e le strade di Napoli: la sensazione di trovarsi in un labirinto vivo, fatto di miriadi di gradini segreti.
Un tempo arterie di vita urbana, ma che oggi giacciono tra muri scrostati, erbacce e immondizia. Un degrado che convive con un fascino segreto: una Napoli nascosta, fragile, di fronte alla quale si preferisce restare indifferenti. Una Napoli invisibile del cui glorioso passato, incastonato tra gradoni di pietra lavica che dal centro storico si inerpicano sulle colline del Vomero e di Posillipo, resta ben poco. Un meraviglioso set cinematografico che rischia di trasformarsi in un vero e proprio trionfo del degrado, segnando così un confine tra i fasti del passato e la dura realtà del presente.

Del resto, non possono non suscitare una profonda indignazione le tristi condizioni in cui versa lo scalone monumentale di Montesanto. Commissionata nel 1869 dal principe di Satriano Gaetano Filangieri, la scalinata è stata immortalata in numerose pellicole dalla fama internazionale. Oggi, tuttavia, quella stessa scala, che un tempo accoglieva gli sguardi ammirati dei registi, versa in uno stato di incuria che lascia senza parole.
I gradini sono ormai diventati la dimora di clochard, senzatetto e tossicodipendenti che si nascondono tra tende da campeggio e nascondigli di fortuna. Poi, ad “impreziosire” il tutto vi sono lattine, bottiglie, materassi, trolley, coperte, giacche e rifiuti di ogni sorta. Un vero e proprio tempio del degrado e dell’abbandono, sotto la cieca indifferenza dei cittadini e delle istituzioni.

Ma non è tutto. Se da lì si prosegue verso Posillipo, tra via Alessandro Manzoni e via Posillipo, si snoda la Salita Villanova. Un percorso la cui nascita risale al Seicento, quando alcuni contadini realizzarono una nuova via per raggiungere la costa e aprirsi al commercio con i pescatori. Conosciuta da tutti come “o’ canalone”, quando piove diventa un fiume in piena. Imboccarla è un’impresa, così come percorrerla.
Scavata nel tufo giallo, solo un tratto di essa è percorribile, ed è circondato a destra e a sinistra da piante ed erbacce che si ergono minacciose sui gradini, mentre le aree verdi che fanno da contorno alle splendide ville padronali abbracciate dal Vesuvio sono ormai ridotte a delle discariche a cielo aperto.
C’è però una domanda che queste scale, nel loro silenzio, continuano a porre a chi le osserva senza davvero vederle: dove è finito il nostro senso di responsabilità verso la città? Le scalinate di Napoli non sono semplici infrastrutture dimenticate, ma pagine di pietra di una storia collettiva che si sgretolano sotto il peso dell’indifferenza.
Ogni gradino invaso dalla spazzatura, ogni muro ferito dall’incuria segna una frattura profonda tra ciò che Napoli è stata e ciò che rischia di diventare. Recuperarle significa restituire un’identità urbana fatta di passaggi, incontri e visioni oblique sul mondo. Perché finché queste vie resteranno abbandonate a se stesse, anche una parte dell’anima della città continuerà a scivolare, gradino dopo gradino, verso l’oblio.
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