
Julian Assange avrebbe dovuto conoscere oggi il suo destino. Invece, l’Alta corte ha dato il via libera parziale all’istanza di difesa del giornalista australiano e cofondatore di Wikileaks rimandando la decisione al 20 maggio. In quella data si deciderà contro la sua contestata procedura di estradizione che dal Regno Unito potrebbe portarlo negli Stati Uniti.
«Rischia di fare la fine di Navalny», dice la moglie Stella Assange.
A partire dal 2010, Assange ha diffuso circa 700 mila documenti riservati che trattavano anche di crimini di guerra commessi fra Iraq e Afghanistan, sottratti al Pentagono o al Dipartimento di Stato Usa. Se estradato, rischia una pena esemplare che potrebbe arrivare fino a 175 anni di reclusione. Resta da vedere quale possa essere l’esito di una proposta di patteggiamento da parte dell’amministrazione Biden, incentrata su una dichiarazione di colpevolezza.
Wikileaks divenne nota in tutto il mondo dal 2010, quando pubblicò Collateral Murder, un video segreto dell’esercito americano. Il video mostrava un attacco con elicottero compiuto nel 2007 a Baghdad, durante la guerra in Iraq. Nel video si vede come l’elicottero apra il fuoco contro due giornalisti iracheni di Reuters, scambiati per guerriglieri. Poi di nuovo contro un gruppo di civili disarmati che era accorso a soccorrerli. Il video colpì particolarmente l’opinione pubblica, sia per la sua crudezza sia per il compiacimento con cui i soldati statunitensi commentano l’uccisione degli obiettivi, come se si fosse trattato di un videogioco.
Un paio di mesi dopo la pubblicazione l’esercito americano riuscì a individuare la fonte: era Chelsea Manning. Allora faceva parte dell’esercito americano, era in servizio in Iraq e lavorava come analista d’intelligence che aveva accesso a enormi quantità di documenti sia militari sia diplomatici. Manning aveva consegnato a Wikileaks centinaia di migliaia di documenti, video e altro materiale segreto. Spinta dall’idea che le guerre americane in Medio Oriente fossero ingiuste. Fu immediatamente arrestata, mentre si trovava in Iraq. Ma ormai per l’esercito americano era troppo tardi: i documenti erano arrivati a Wikileaks.
Assange ebbe però altri problemi legali. Nel 2010 due donne svedesi lo accusarono di stupro e molestie sessuali, e la Svezia fece richiesta al Regno Unito, di estradarlo. Le autorità britanniche misero allora Assange in libertà vigilata, in attesa che un tribunale decidesse se la richiesta di estradizione fosse accettabile. Assange si convinse però che l’inchiesta contro di lui fosse in realtà un piano degli Stati Uniti per colpirlo indirettamente.
Nel giugno del 2012 Assange violò la libertà vigilata e si rifugiò nell’ambasciata a Londra dell’Ecuador. Un paese solidale con la causa di Wikileaks, il cui presidente Rafael Correa gli aveva offerto rifugio. L’indagine per stupro della Svezia fu archiviata definitivamente nel 2019, ma per allora Assange aveva già nuovi e più grandi problemi giudiziari.
Nel giro di poco tempo anche l’amministrazione di Donald Trump si rivoltò contro Assange, dopo che nel 2017 Wikileaks pubblicò “Vault 7”. Una serie di documenti che rendeva pubbliche le capacità informatiche della CIA. Il dipartimento di Giustizia aprì contro Assange un’indagine sulla base dell’Espionage Act, la stessa legge che Obama aveva ritenuto inadeguata. Avviò le pratiche per la sua estradizione negli Stati Uniti. Dopo una serie di lunghe controversie, l’11 aprile del 2019 l’ambasciata dell’Ecuador a Londra espulse Assange, che fu rapidamente arrestato dalla polizia britannica. Da allora Assange si trova in carcere, in attesa di sapere se sarà estradato o meno negli Stati Uniti.
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