
Su YouTube compare un’intervista di FOX News, sullo sfondo diagrammi verde di titoli azionari in vertiginosa salita; il conduttore intervista un uomo di mezza età, capelli da scienziato pazzo, stile da “tech bro” della Silicon Valley, si tratta di Alex Karp, CEO di Palantir Tecnologies. Nei farfuglii dell’intervistato si mischiano riferimenti alla supremazia culturale dell’Occidente, alla necessità di rendere l’America più “letale” e appelli agli investitori affinché continuino a credere nell’azienda.
Potrebbe sembrare uno dei tanti illusi del MAGA, il movimento di Donald Trump che dichiara l’intenzione di rivitalizzare gli USA in declino; è invece uno dei dirigenti d’azienda più importanti d’America, alla guida di un colosso dell’analisi dei dati informatici dal valore di 207 miliardi di dollari, che, insieme ad una manciata di altre aziende, guida un nuovo fenomeno dell’imprenditoria americana, quello delle “start-up della guerra”. Palantir Tecnologies, Anduil Industries, SpaceX, sono aziende che non puntano solo ad innovare il settore di riferimento, ma a riscrivere totalmente settori della società statunitense e, forse, di quella mondiale.
Il macrosettore a cui guardano è quello della difesa americana: centinaia di miliardi di dollari affidati ad una manciata di vecchie compagnie tradizionali, colossi lenti e metodici nel garantirsi gli appalti grazie a rapporti con i partiti e gli Stati, abilissimi nel far sparire l’impressionante quantità di danaro che gli USA spendono per armarsi. Per battere queste aziende non sarebbe bastato solamente garantire prodotti migliori, ma sarebbe stato necessario riscrivere la cornice politico/ideologica in cui queste operavano: è esattamente quello che le “startup della guerra” hanno fatto, inventando una nuova forma di militarismo di incredibile successo.
Non si tratta più della “bella morte” o del sacrificio per la Patria, ma del racconto di una supremazia imposta dalla superiorità tecnologica, da droni e big data; un’estremizzazione di quanto già sperimentato con la “war on terror”, la guerra al terrorismo combattuta contro le milizie del Medio Oriente. Si propaganda l’estetica di una guerra combattuta da macchine e computer, anziché da ragazzi di 20 anni; si offre una potenza favolosa senza lo spiacevole spargimento del “nostro” sangue. Sono promesse che venivano fatte anche prima della guerra in Ucraina, ma centinaia di migliaia di morti dopo, con più di un milione di soldati da tre anni nel fango delle trincee viene da dubitare che la prossima guerra sarà diversa.
Quando la vittoria elettorale di Trump è diventata sempre più chiara, la narrazione delle “startup della guerra” si è arricchita, se così si può dire, di alcuni concetti cari alla destra americana. Del resto molte di queste aziende sono state finanziate, fondate o sostenute da figure come Peter Thiel, uno degli ideologi di questo nuovo pensiero, che ha ridato linfa vitale al conservatorismo morente. E allora ecco che spuntano i riferimenti alla superiorità culturale dell’Occidente, alla lotta al pensiero woke e alla necessità di tagliare al minimo le spese dello Stato, fatta eccezione, ovviamente, per quelle militari. Quello delle “startup della guerra” è solo uno dei tanti volti di un mondo che torna ad armarsi, pericoloso perché propone una nuova e più forte commistione tra il settore civile e quello militare, ma non meno critico, per chi difende la pace, degli intellettuali che invocano lo spirito guerriero europeo o dei vari tentativi di spostare i confini tra i Paesi con la forza delle armi.
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