
In un tempo di crescente omologazione culturale, le tradizioni popolari sembrano destinate a sbiadire, soprattutto a Caserta e nei suoi antichi casali. Eppure, non tutti condividono questa visione. Ne abbiamo parlato con il dottor Augusto Ferraiuolo, antropologo e sociologo, visiting researcher presso l’Università di Boston e studioso delle tradizioni narrative popolari. Per Ferraiuolo il folclore è «espressione artistica propria delle classi subalterne». Seguendo questa definizione, si comprende perché nella Caserta borghese tali forme abbiano trovato poco spazio. Basta però allontanarsi di pochi chilometri dal centro per scoprire un patrimonio culturale sorprendente.
Tra le manifestazioni più diffuse un tempo in Campania vi era la Morte di Carnevale, rituale che esorcizzava la fame attraverso l’eccesso di cibo e la sessualità con doppi sensi e scene licenziose. Un fantoccio di paglia veniva adagiato su un letto colmo di vino e salsicce, mentre si intonavano le “grida” di Carnevale, lamenti ironici sospesi tra grottesco e nonsense. Talvolta il fantoccio veniva bruciato, gesto simbolico di morte e rinascita: un modo per ridicolizzare la paura ancestrale della fine e trasformarla in spettacolo collettivo.
Le tradizioni, ricorda Ferraiuolo, spesso sopravvivono grazie a reinvenzioni operate da gruppi o singoli individui. È quanto accadde negli anni Settanta nei casali di Caserta, come Puccianiello, Pozzovetere e Casolla, oggi inglobati nel tessuto urbano. Sull’onda del folk revival già diffuso nel Nord Italia, furono recuperati canovacci del teatro popolare campano, riportando in scena testi e rituali che rischiavano di scomparire.
La Cantata dei Dodici Mesi, ancora viva soprattutto nel Basso Lazio, mette in scena i mesi dell’anno personificati, guidati da un padre o capitano. Ognuno declama virtù e difetti, riflessi anche nei costumi. È una piccola enciclopedia poetica del tempo che passa. Diverso il tono del Cavalier Turchino, diffuso con molte varianti nel Sud. Qui un cavaliere peccatore affronta la Morte in un confronto che richiama i morality plays inglesi. Dopo inutili tentativi di sottrarsi al destino, il cavaliere si pente e viene ucciso; un angelo annuncia la nascita di un nuovo cavaliere. La licenza carnevalesca rientra così nell’ordine cristiano, in un antico rito di morte e rinascita.
Di registro più leggero è la Farsa dei Pullecenielli: quindici Pulcinella immaginano un pranzo sontuoso, catartico in una società segnata dalla fame. Il padre confessa l’abbandono della moglie, ma i figli rispondono con ironica indifferenza, riportando tutto al gioco teatrale. La Brunetta, rappresentata fino a tempi recenti a Castel Morrone, richiama la Commedia dell’Arte e presenta affinità con la Canzone di Zeza. Un marito parte per la Francia, la moglie lo tradisce con Don Peppino, un eremita li denuncia e il marito minaccia vendetta. Solo l’intervento di un’altra donna evita la tragedia, e la storia si scioglie in una quadriglia finale.
Queste storie, semplici e talvolta dimenticate, pongono una domanda scomoda: siamo davvero superiori a quelle forme popolari? Forse no. In quei versi scarni, tra ironia e sacro, fame e desiderio, si intravede una verità essenziale. Non un folclore da cartolina, ma uno specchio ruvido dell’esperienza umana, capace ancora oggi di parlarci con sorprendente lucidità.
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