
C’era un tempo in cui Napoli non era solo una città, ma una vibrazione collettiva che risaliva dai vicoli e si traduceva in suono. Era linguaggio, era gesto politico, visione, denuncia. In quella stagione – tra gli anni Settanta e Ottanta – Napoli parlava una lingua tutta sua, mescolando tradizione e avanguardia, Mediterraneo e America, verità di strada e sogni d’oltreoceano. In quel periodo per la prima volta si parlò di Neapolitan Power. Non era un’etichetta di mercato ma una dichiarazione d’intenti: si voleva dire che la rivoluzione non era nata dall’altra parte dell’oceano, era in mezzo alle strade di Napoli. A inventare quel nome fu Renato Marengo: produttore musicale, critico, instancabile agitatore culturale.
Marengo è stato uno degli architetti invisibili di quel periodo. È a lui che si devono le intuizioni e la consapevolezza che a Napoli stava succedendo qualcosa che andava oltre il folklore, oltre la canzone, oltre il cliché. «La musica a Napoli si è poi evoluta. Già dagli anni Novanta in poi sono arrivati alcuni gruppi come gli Almamegretta ed i 99 Posse che hanno vivacizzato i famosi scenari metropolitani e credo abbiano arricchito e completato la Neapolitan Power di partenza» dice Marengo. «Non mi piace la ripetitività della musica di oggi – tuona – non mi piace questa omologazione da talent show che rende l’attuale scenario musicale una sorta di colonna sonora unica». Marengo denuncia l’appiattimento del gusto, una musica prefabbricata che diventa prodotto: una rassicurante conferma del già noto, prevedibile. Un inesorabilmente decadimento che declassa l’arte a rumore di fondo. «Ci sono attualmente a Napoli alcuni giovani di talento, tuttavia – rimprovera – un artista, un capo popolo, ha il compito di correggere e indirizzare. A me pare che l’attuale generazione musicale si limiti a raccontare quello che succede, spesso senza mai prenderne davvero le distanze, senza indicare una direzione». Secondo Marengo tanti artisti oggi, non solo a Napoli, si limitano a “sottolineare” ciò che vedono, a inseguire l’autenticità come se bastasse a giustificare tutto. Ma raccontare un contesto, soprattutto se segnato dal disagio, senza alcuna forma di scarto critico, equivale a legittimarlo. «Si corre il rischio di fare creare lo stesso effetto che fanno i video dei narcos messicani. C’è bisogno di qualcuno che dica: “questa è la realtà, ora proviamo a cambiarla”». Non si tratta di censurare la realtà ma di non celebrarla. Se la musica si limita a riflettere la durezza del mondo, senza incrinarla, si crea assuefazione, si finisce per trasformarla in abitudine, in intrattenimento. E allora più che specchio della realtà, la musica finisce per diventare vetrina. Ma chi ha una vetrina, anche se non lo vuole, influenza. E chi influenza, anche senza pretenderlo, educa.
«L’importante è orientarsi e uscirne fuori. Uscirne fuori significa iniziare a creare la propria musica e soprattutto saper recuperare». Saper recuperare non è però un nostalgico ritorno a ciò che è stato. Non significa riproporre una forma passata ma saper riconoscere un modo di intendere e fare la musica, restituirla al presente con un linguaggio che non sia né imitazione né caricatura. «Inizialmente quando parlavo del Neapolitan Power, facevo un errore: dicevo che era un modo di saper mescolare il ritmo con la melodia. Non è vero, perché Pino Daniele ha dimostrato che la grande melodia è proprio un tratto della nostra cultura». Un tempo il cliché da evitare era infatti proprio la musica melensa: la Napoli da cartolina, dolciastra, compiacente. Una forma di rifugio estetico che, per anni, ha soffocato qualsiasi tentativo di rottura. Fu proprio la Neapolitan Power a spezzare quella linea liberando la musica da quella soffocante retorica. Artisti come Pino Daniele, James Senese, Enzo Avitabile portarono un nuovo linguaggio: contaminato, nervoso, urbano, profondamente politico. Non distrussero la tradizione: la ripresero e la riempirono di tensione. Quella stagione non semplificava ma stratificava. Oggi occorre una nuova frattura, una realtà capace di disinnescare un cliché dominante. Perché ogni tempo ha il proprio conformismo. E ogni conformismo ha bisogno della sua rottura. Oggi, però, quella rottura manca.
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