
La comunità LGBTQ+ palestinese vive una doppia oppressione: da un lato la discriminazione interna nei territori occupati, dall’altro le sistematiche violazioni da parte dell’occupazione israeliana. In un contesto di guerra, colonialismo e isolamento, le persone queer palestinesi affrontano marginalizzazione, violenza e invisibilità. Mentre Israele promuove un’immagine di tolleranza, la realtà per chi è queer e palestinese è fatta di ricatti, repressione e silenzi
La condizione della comunità LGBTQ+ palestinese è tra le più complesse e meno comprese nel panorama dei diritti umani internazionali. Vivere apertamente come persona queer nei territori palestinesi occupati significa affrontare una doppia oppressione quotidiana: da un lato, l’ostilità di una società patriarcale e conservatrice, dove l’omofobia e la transfobia sono diffuse a livello sociale e istituzionale; dall’altro, la costante violenza strutturale derivante dall’occupazione israeliana. Che colpisce indistintamente tutte le soggettività palestinesi, ma con un impatto moltiplicato su chi già vive ai margini.
Secondo organizzazioni attive sul territorio come alQaws for Sexual and Gender Diversity in Palestinian Society e Aswat, le persone LGBTQ+ palestinesi affrontano minacce, aggressioni e isolamento. Il caso di Ahmad Abu Murkhiyeh, rifugiato gay palestinese assassinato in Israele nel 2022, ha evidenziato quanto sia pericoloso essere queer e palestinesi anche al di fuori dei territori palestinesi. In Cisgiordania, nel 2019, la polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese vietò tutte le attività pubbliche di alQaws, accusandola di “violare i valori morali della società palestinese”. Sebbene il divieto sia stato ritirato in seguito alla pressione mediatica e internazionale, ha segnato un punto di svolta nella repressione visibile delle identità non conformi. Questo clima di paura costringe molte persone queer palestinesi a vivere nella clandestinità, in fuga dalle proprie famiglie, senza accesso a servizi sanitari adeguati. Per chi è queer in Palestina, il diritto all’esistenza non è garantito: è una battaglia quotidiana per la sopravvivenza.
Oltre alla repressione interna, le persone LGBTQ+ palestinesi devono affrontare una realtà ancora più pericolosa: l’uso sistemico della loro vulnerabilità da parte delle forze israeliane. Le minacce di outing e le pressioni psicologiche si trasformano in vere e proprie forme di tortura morale, costringendo molte persone a vivere nel terrore. come strumento di ricatto per reclutare informatori tra i palestinesi queer.
In parallelo, Israele ha cercato negli anni di costruire un’immagine di “democrazia tollerante” attraverso il cosiddetto pink–washing: promuovere i diritti LGBTQ+ tra la popolazione israeliana e internazionale per mascherare le violazioni sistematiche contro i palestinesi, queer inclusi. Tuttavia, come denunciano numerose voci palestinesi queer, questa retorica serve a normalizzare l’occupazione e a legittimare il controllo militare, cancellando le realtà di chi vive oppressione da entrambi i lati. L’apparente “accoglienza” israeliana verso i rifugiati LGBTQ+ è spesso condizionata da limiti burocratici, soggiorni temporanei e assenza di accesso reale ai diritti, in particolare per chi proviene da Gaza o dalla Cisgiordania.
Dall’inizio dell’intensificazione del conflitto nella Striscia di Gaza nell’ottobre 2023, la condizione delle persone LGBTQ+ è peggiorata drasticamente. Le interviste condotte dal giornalista Afeef Nessouli per them.us rivelano come per tre donne trans a Gaza l’identità di genere sia passata in secondo piano, mentre la priorità è diventata sopravvivere ai bombardamenti, alla fame e alla mancanza di medicinali. Le persone trans, che necessitano di cure ormonali continue, si trovano impossibilitate ad accedere a trattamenti essenziali a causa del blocco umanitario imposto da Israele. Inoltre, l’impossibilità di lasciare Gaza, anche per richiedere asilo o protezione, aggrava una situazione che è già di per sé catastrofica.
In questo contesto, alcuni gesti simbolici, come l’esposizione di bandiere arcobaleno da parte dei militari israeliani durante le incursioni, sono stati letti come una provocazione e uno sfregio da parte della comunità queer palestinese. Le attiviste parlano apertamente di pink-washing bellico, ovvero l’uso dell’iconografia LGBTQ+ per giustificare la violenza e distrarre l’opinione pubblica dalla distruzione sistemica in atto. In uno scenario dove mancano cibo, acqua, elettricità e protezione, le identità queer sono doppiamente cancellate: dal conflitto e dalla propaganda.
Nonostante le difficoltà e la costante minaccia alla propria sicurezza, molte persone LGBTQ+ palestinesi continuano a resistere. Gruppi come alQaws, Aswat e Palestinian Queers for BDS sono esempi di attivismo. Mettono al centro non solo i diritti civili, ma anche la liberazione nazionale. Come afferma Jad Salfiti in un editoriale su The Guardian: “non può esserci vera liberazione queer senza liberazione dalla colonizzazione e dall’oppressione”. Questa visione è condivisa da molti attivisti, che rifiutano di separare i diritti LGBTQ+ dal contesto politico in cui vivono. La solidarietà internazionale, secondo queste voci, deve andare oltre il supporto simbolico: è necessario denunciare apertamente l’uso strumentale delle identità queer da parte delle potenze occupanti, così come combattere l’omofobia e la transfobia nei territori palestinesi. L’identità queer, in Palestina, è anche un atto di resistenza, di cura collettiva e di sopravvivenza. Raccontare queste storie significa contrastare una narrativa dominante che ignora le vite queer palestinesi o le strumentalizza a fini geopolitici. Il riconoscimento, la protezione e la dignità non possono essere garantiti da chi bombarda ospedali o blocca gli aiuti. Devono nascere da una giustizia condivisa, dal rispetto reciproco e dalla fine dell’occupazione.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...