
C’è poco da girarci intorno. La libertà di stampa, oggi, è un bene sempre più raro, come l’aria pulita in una metropoli industriale. Il nuovo report di Reporter senza frontiere (Rsf), pubblicato in concomitanza con la Giornata mondiale della libertà di stampa del 3 maggio, traccia una fotografia impietosa. Non si tratta solo di numeri. Si tratta del quadro globale di un diritto che, quando viene meno, porta con sé anche pezzi di democrazia. Nel 2025, la libertà di informazione tocca il punto più basso della sua traiettoria contemporanea. E sì, anche noi italiani, ancora una volta, ci siamo distinti nel peggiore dei modi.
Partiamo da casa nostra. L’Italia perde tre posizioni nella classifica globale, piazzandosi al 49° posto su 180 Paesi. Il che significa una sola cosa, molto chiara: siamo il fanalino di coda dell’Europa occidentale. E non è nemmeno una sorpresa. Già da tempo il nostro Paese ondeggia in una condizione ambigua tra Stato democratico e Paese con crescenti zone d’ombra sull’informazione.
Che cosa ci penalizza? Rsf non ha dubbi: l’ingerenza politica nei media pubblici, l’uso strumentale delle querele (le famigerate SLAPP, vere e proprie armi di intimidazione legale), le minacce mafiose nei confronti dei cronisti locali, soprattutto nel Mezzogiorno. Ma anche il ritorno a una cultura del silenzio, che passa — e qui il passaggio è delicato — dalla cosiddetta “legge bavaglio”, che impedisce la pubblicazione delle ordinanze preliminari fino alla fine dell’udienza preliminare. Un colpo basso al diritto dei cittadini di essere informati su vicende giudiziarie di interesse pubblico. E a questo si aggiunge — ed è qui che il cortocircuito si completa — l’autocensura crescente tra i giornalisti, compressi tra le linee editoriali, la precarietà del lavoro e il timore di ritorsioni. In altre parole: si scrive meno, si dice meno, si denuncia meno.
La vera mina sotto la tenuta della stampa, però, è l’economia. Il giornalismo italiano è povero, dipendente da pubblicità sempre più volatili e da contributi pubblici che, quando ci sono, arrivano in modo tutt’altro che neutrale. I giornali chiudono, le redazioni si assottigliano, i collaboratori vengono pagati pochi euro ad articolo. E chi ha i soldi? I grandi gruppi, spesso con interessi industriali o politici da tutelare. È il caso — segnalato da Rsf — dell’annunciata acquisizione dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) da parte di Antonio Angelucci, imprenditore, parlamentare di maggioranza, già editore di diverse testate nazionali. Un esempio da manuale di conflitto d’interessi e concentrazione editoriale. Cosa resta della pluralità? Poco. E quel poco è in difficoltà.
Ma se piangiamo noi, gli altri non ridono. Il report Rsf 2025 rileva che oltre metà della popolazione mondiale vive in Paesi in cui la situazione della stampa è “molto grave”. Ai primi posti della classifica troviamo, come da tradizione, Norvegia, Estonia e Paesi Bassi, dove la libertà di stampa è ancora un bene civile riconosciuto e difeso. Ma anche in Europa iniziano a sentirsi i colpi: la Germania perde terreno, scivolando dall’10° all’11° posto, tra pressioni esterne e un clima sempre più tossico per i media, complici i rigurgiti estremisti e il terreno minato del conflitto in Medio Oriente.
Sul fondo del barile, invece, le solite certezze: Corea del Nord, Eritrea, Cina. Pechino, come al solito, si prende il titolo di “più grande prigione per giornalisti del mondo”. In Corea del Nord l’informazione è semplicemente inesistente. In Eritrea si entra in carcere per un articolo — e ci si resta a tempo indeterminato. E poi ci sono gli Stati Uniti. Scesi al 57° posto, in quello che Rsf definisce senza mezzi termini come il “primo significativo declino strutturale” della libertà di stampa nella loro storia moderna. Le cause? L’aggressività retorica (e non solo) della politica — con Donald Trump in prima fila — e un modello mediatico ormai cannibalizzato da colossi come Google, Facebook, Amazon, Apple e Microsoft. Lì il problema non è la censura tradizionale, ma la scomparsa progressiva delle testate locali, l’algoritmizzazione dell’informazione, e il fatto che la notizia si misura in click, non in verità.
Non ci si può più permettere di dire che “va tutto bene” solo perché c’è ancora chi scrive, chi denuncia, chi fa inchieste. La realtà è che la stampa, oggi, è sotto assedio — economico, politico, culturale. E senza un’informazione libera, la democrazia è monca. Se non si interviene per proteggere l’autonomia economica e legale del giornalismo, se non si combatte la concentrazione e il servilismo editoriale, non sarà solo la stampa a perdere. Saremo tutti a farne le spese. Serve una scossa. Serve una riforma seria. Serve, più di tutto, un’idea di libertà dell’informazione che non sia solo un principio astratto, ma un impegno quotidiano — da difendere e, se necessario, riconquistare.
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