
Idrogeno. Idrogeno. Idrogeno. Questa parola è una costante in articoli e comunicati riguardanti la
transizione energetica, quasi la piccola molecola fosse la nostra unica speranza per combattere il cambiamento climatico. Auto e treni alimentati dalla fonte miracolosa, ma anche impianti di produzione, di stoccaggio e trasporto vengono annunciati in continuazione, ponendo l’idrogeno al centro del discorso pubblico. Ma cos’è l’idrogeno? Ed è davvero così importante per la transizione energetica?
L’idrogeno (H) è l’atomo più abbondante e leggero dell’Universo ed è contenuto in quasi tutte le molecole che ci costituiscono o con cui interagiamo. Quello che chiamiamo comunemente idrogeno, in realtà, non è
l’atomo, ma il legame di due atomi (H2): è proprio questa molecola ad essere centrale nella nostra trattazione. L’idrogeno si presenta raramente in natura, quindi, non potendo essere estratto nelle quantità necessarie, deve essere prodotto artificialmente da combustibili fossili o dall’acqua.
Attualmente nel mondo se ne producono ogni anno circa 95 milioni di tonnellate, soprattutto per l’utilizzo nell’industria dei fertilizzanti e nella petrolchimica; questo genera una quantità impressionante di emissioni di anidride carbonica, pari a 900 milioni di tonnellate all’anno, circa il 2% del totale. Tale mole di emissioni è dovuta al processo produttivo adoperato, il così detto “steam reforming”, che trasforma metano e acqua in idrogeno e CO2 , con un fortissimo impiego di energia.
L’elettrolisi, invece, che consente di produrre idrogeno pulito dall’acqua tramite l’elettricità, contribuisce attualmente solo allo 0,7% della produzione totale, con costi molto maggiori. Quindi l’idrogeno si presenta, ad oggi, come una delle cause del cambiamento climatico più che una delle possibili soluzioni: qualcosa che i governi di molti Paesi sembrano non aver compreso.
L’idrogeno piace molto a politici ed amministratori perché consente di dare una soluzione semplice ad un problema complicatissimo: dà l’idea che si possano sostituire tutti i combustibili fossili con un nuovo gas miracoloso che, nella combustione, non produce né anidride carbonica né sostanze cancerogene e non rende necessario cambiare radicalmente le infrastrutture esistenti o lo stile di vita degli elettori.
Ovviamente questo non è possibile, ma è facile da “vendere” prima ai dirigenti e poi ai cittadini. Così miliardi di euro vengono incanalati in un settore importante senza priorità strategiche, contando sul fatto che il mercato magicamente troverà un giusto impiego per il nuovo idrogeno verde. Ma nonostante molti soldi siano già stati sperperati, è ancora possibile aprire un discorso più serio riguardo l’idrogeno e il suo impiego nella lotta al cambiamento climatico.
Una delle soluzioni più ampiamente propagandate è quella di produrre idrogeno per “accumulare” l’energia in eccesso prodotta in alcune fasi della giornata dalle fonti rinnovabili per poterla riutilizzare in fasi in cui queste sono meno produttive (ad esempio la notte per i pannelli fotovoltaici). Potrebbe sembrare un’idea brillante, ma la termodinamica ci rivela che in parte ci si sta ingannando.
Per convertire elettricità in idrogeno, e questo nuovamente in elettricità, si va incontro a perdite circa del 60% dell’energia originale, uno spreco colossale, che avrebbe senso solo se l’alternativa fosse quella di buttar via quella preziosa energia. Anche l’idea di utilizzare l’idrogeno al posto del metano nelle case è piuttosto surreale: questo gas, infatti, ha una grande tendenza a disperdersi, rovina facilmente i metalli in cui è contenuto ed è estremamente facile che esploda al contatto con l’aria, anche se presente solo in piccole quantità.
Esistono, però, altri impieghi in cui l’idrogeno verde si rivela un importante alleato della transizione energetica, soprattutto nell’industria pesante, un settore energivoro e molto inquinante. La forte spinta a produrre questa molecola in maniera rinnovabile, infatti, aiuterebbe prima a decarbonizzare i settori dove è già ampiamente utilizzato e, solo dopo, a rendere più ecologiche le produzioni di acciaio e cemento, sostituendo, in questi settori, carbone e petrolio che attualmente contribuiscono al 15% delle emissioni globali.
L’importante sarà scegliere le giuste priorità, senza sperperare fondi in soluzioni senza futuro. Nella lotta al cambiamento climatico non esistono soluzioni uniche e miracolose, ma tante realissime tecnologie che, adattandosi alle nostre necessità, ci consentiranno di evitare l’apocalisse.
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